Firenze, 23 Febbraio, al Soul Kitchen, nella zona dei pub fighetti per americani, un posto chiccoso ma gratuito, poi: blue note a palla, una caterba di blue note cromatiche dissonanti e poi ancora: Antonio Speciale, un vero coltivatore di cotone uscito dritto dritto dal Ventennio, che suona un buon blues per due ore tristi mentre: Gianluca Garrapa, Giamaicano del Sud che legge cose che col blues non c’entrano un cazzo. Il 23 Febbraio RiotVan e Collettivomensa vi aspettano numerosi. E tristi.
Dreadlock! – Intervista a Jacopo Nacci
5 febLo sai cosa mi piace? Dreadlock! è una storia che se la racconti al bar la gente si mette a ridere: Matteo, uno studente bolognese, che fuma i cannoni e diventa Dreadlock un supereroe alto due metri, “che cazzo di storia è”? Gli studenti, Bologna, la ganja, tutto risponde all’idea di prendere un immaginario che ha delle potenzialità enormi, ma che è stato sempre sfruttato male perché o non capito o banalizzato. Volevo che fosse proprio così: una cosa che se te la raccontano ti metti a ridere, poi la vai a leggere e ti prende un colpo, perché non fa ridere per niente. Ecco, m’interessava far sentire lo scarto.

Non so se il supereroe è intrinsecamente fascista, ma può darsi. Innanzitutto è un superuomo, poi sfrutta la delega. Agisce al di fuori della legge – o al di sopra della legge rappresentandola ma in qualche modo uscendo dall’ordine astratto delle regole. Cioè è un argomento a uomo. Paradossalmente il supereroe è la legge ad personam perché quando lo contesti non contesti la giustizia o meno delle sue azioni: è già ingiusto che ci sia. Contesti la persona. È berlusconiano, protagonista di una cultura per tifoserie. Però mi piaceva provare a vedere se potesse essere altrimenti, se il supereroe non fosse un di più piramidale che si pone al di sopra, ma fosse un’esalazione, non un di più. Non semplicemente massa/eroe, ma una sublimazione di massa nell’eroe. Uno spirito di alcuni determinati valori che emerge da una circostanza, da un contesto, da una situazione, come se fosse richiamato. Non penso nemmeno che Dreadlock viva obiettivamente e pacificamente la condizione di supereroe. Non è il tipo, insomma.
Il fatto è che Dreadlock è un supereroe se lo vedi da fuori e secondo i nostri canoni. Ma se lo guardi da dentro, senza applicare la lettura supereroe, è un mistico e basta. Quindi di conseguenza è una persona che ha dei poteri che infondo abbiamo tutti. Non faccio un discorso new age per cui “i nostri poteri cerebrali…” no, parlo della capacità di manipolare e interagire con gli elementi che è quello che facciamo tutti i giorni da quando nasciamo a quando moriamo. E quindi non doveva sputare i raggi laser dagli occhi, ma semplicemente essere una persona che fa più profondamente ciò per cui qualunque essere umano è portato.
È una compulsione quella di Matteo. Entra in loop. Io soltanto come Dreadlock mi realizzo, ma siccome quando c’è Dreadlock non ci sono io, tendo compulsivamente ad entrare in loop. Ma è una cosa che in realtà mi sembra molto reale come meccanismo nel quale una persona può entrare. È il meccanismo di tutte le forme di dipendenza o di akrasia: il compulsivo trova la libertà proprio in ciò che in realtà lo rende schiavo. Ci sono cose negative che accadono perché il mondo sta scoppiando, ma ci sono cose negative che accadono perché, forse, Matteo non è in grado di risolvere un rapporto di crescita, di accettazione e di apertura al mondo, di perdersi in favore dell’accettazione della realtà esterna.
Il libro ha una struttura all’Ultimo combattimento di chen, come un gioco a più livelli, con il mostro finale: il comico. Il comico è un Joker provinciale. È un tamarro di compagnia bolognese che cerca di fare il Joker. È veramente un maranza che sta al bar e fa quello più matto, in realtà è banalissimo e assolutamente conformista, però davanti agli amici fa quello matto, poi magari per gli amici è semplicemente quello scemo, non quello matto. M’interessava un personaggio piccolo. La banalità più banalità che però quando diventa potente comincia a diventare un problema. Il male vero è l’incoscienza, l’assenza di spessore di questo personaggio, che è la cosa che forse fa più paura.
La sua minaccia non viene raccontata. Prima pensavo che lo facesse per provocare il caos per avere in risposta la repressione, – la reazione tipica da terrorismo fascista. Poi invece a un certo punto ho capito che non gli interessava questo. O forse gli interessava solo in parte. Il comico ha avuto diverse incarnazioni in altre stesure di Dreadlock!. All’inizio non volevo sbattere in faccia l’idea della comicità perché volevo che l’ironia fosse pervasiva, non che fosse la caratteristica di qualcuno. Se avessi fatto un comico, sembrava che il problema fosse suo, invece m’interessava farlo in generale. Allora ho pensato alla figura di un conduttore, poi parlandone, Enrico Piscitelli mi ha convinto ad andare fino in fondo e delineare la figura di questo trickster. E allora è venuto fuori il comico. In un’altra stesura il comico era figlio di un torturatore fascista che aveva attraversato gli anni del Dopoguerra, fino agli anni Ottanta, a rapire ex partigiani portandoli in case di campagna sparse in tutta Italia torturandoli e violentandoli fino a ucciderli. M’interessava rendere un rapporto diretto tra questa forma di fascismo ch’è rappresentata dal comico, – e che riguarda una cosa dei giorni nostri, se si vuole della post-modernità, – e l’evoluzione della vecchia cosa. Però questo gli dava troppo spessore. Una situazione di questo genere l’avrebbe reso più complesso come persona. La terza versione era che il comico potesse essere un cyborg, anzi addirittura un robot. Questo gli è rimasto nella risata. Ma il robot avrebbe scatenato il distacco, “questa cosa non mi appartiene, è un problema della macchina”. E invece la risata mi permette di trasformare tutti in macchina ma di mantenere la dignità biologica della persona. Quindi non scaricare all’esterno il problema ‘cosa’. La cosa che io sono. Non la cosa che è robot. Quindi il comico viene da qui.

Dire che ci sia qualcosa in comune tra Dreadlock! e Il tempo materiale mi sembra di dire una di quelle cose per cui sarò fulminato dagli dei. Diciamo che l’ironia specie se usata all’italiana è un modo per scaricare la responsabilità di una situazione. Noi continuiamo al bar a fare le stesse battute sessiste che facevamo trent’anni fa e diciamo “ah, va bene ma sto scherzando!”. Sì, però se tu sei l’oggetto, che tra l’altro sei il soggetto ma sei trasformato in un oggetto dalle stesse battute perché nel momento in cui io rido di te ti cosifico, ti reifico, ti trasformo in una cosa, e tu proprio ridendo, con quello stesso ridere che mi trasforma in una cosa, ti liberi della responsabilità.
Pensiamo al famoso delirio delle BR che prendono sul serio. È un po’ anche il lavoro che ho voluto fare appositamente su Dreadlock!: prendere maledettamente sul serio una cosa che apparentemente fa ridere. Perché questa forma di ironia che si è sviluppata negli ultimi anni, questo modo di usare l’ironia nella nostra antropologia, ha molto a che vedere con quello che è successo e che sta succedendo. Con una certa presa di distanza, di scarico delle responsabilità, di reificazione sia di chi la pratica l’ironia – perché nella risata del comico c’è comunque una forma di robotizzazione, di conformismo – e sia per la reificazione dei soggetti verso cui l’ironia o il sarcasmo si può rivolgere. Noi ridiamo di ciò che sembra meccanico. Ridiamo quando una persona cade, è il burattino che perde il controllo sul proprio corpo. Se ci pensate è una cosa orrenda, inquietantissima. Perché ridiamo di ciò che dovrebbe muovere empatia, voglia di soccorso, desiderio di soccorso. Tutti i libertini e i darwinisti del mondo non fanno altro che insistere sul fatto che noi siamo gli unici animali che ridono e questo è il fatto che ci contraddistingue.
L’ironia permette di sentirsi in gruppo, di sciogliere le situazioni e di abbassare la tensione. Però permette anche di non pensare a quello che si sta dicendo e permette anche di non prendere mai le cose sul serio. Perché il comico odia Dredlock? Perché è pesante. Il comico è capace di uccidere una persona per questo motivo. Quindi occhio…
L’Ascensione di Roberto Baggio – intervista a Matteo Salimbeni
24 gen“Baggio è un’essenza, non appartiene ai narratori, al pubblico o al calcio stesso. Baggio smette di essere Baggio, smette di essere un calciatore, smette di essere tutti i singoli pezzi che lo compongono, smette di essere una parte specifica della memoria e ascende in una prospettiva mitologica. E’ per questo che Baggio si può permettere di attraversare le epoche storiche, di andare a ritroso nel tempo e di essere un goal che non è stato, si può permettere di essere qualsiasi cosa, per questo Baggio è tutto.”
L’Ascensione di Roberto Baggio, di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni (Mattioli 2011) è un libro che a mia madre non piace, perché a mia madre il calcio non è mai piaciuto. E vallo a spiegare poi a mia madre questo non è un romanzo sul calcio e che il calcio in questo libro non è altro che un magico luogo attorno al quale tutto accade, un po’ come è un luogo il mare nell’Odissea (l’Odissea non è un poema sul mare pure se il mare effettivamente c’è, ed è ovunque), e poi, lo capirebbe mai, la mia povera mamma, che questo romanzo non è neanche una biografia di Roberto Baggio – negli stessi termini per cui l’Odissea non è la biografia di Ulisse chiaro – ma altresì un romanzo vero e proprio, che narra della metamorfosi epica di un campione maledetto che con il suo genio e i suoi tormenti trascende dal suo piedino fatato marchio Diadora e diventa nientedimeno che un mito. Forse lo capirebbe mia madre, se le spiegassi che in definitiva L’Ascensione di Roberto Baggio non è Fabio Caressa che sbarella in tv in una calda notte di luglio duemilasei, niente affatto, ma è qualcosa che si avvicina molto di più ad una Via Crucis, alla folgorazione di un popolo intero per un esile calciatore col codino, per di più perdente, manco Paolo Brosio a Medjugorje. E forse se capisse questo sarei quasi sicuro che il romanzo di Salimbeni e Santoni le piacerebbe pure e tanto.
Di epopee, genio e Roberto Baggio parliamo in questa intervista con Matteo Salimbeni, e chissà che almeno a lui, col suo fare affabile che tanto piace alle cinquantenni, mia madre dia ascolto e si redima.
COLLETTIVOMENSA INTERVISTA MATTEO SALIMBENI:
“L’idea di scrivere un romanzo su Roberto Baggio ci è venuta otto anni fa (nel 2003 ndr). È nata come un esercizio letterario su una passione condivisa, nella quale riconoscevamo sempre più elementi di spunto per un romanzo. Ogni volta che ci appropriavamo di una serie di elementi sulla sua incredibile vicenda umana e sportiva ci accorgevamo di trovarci catapultati in altrettante e diverse storie e punti di vista in cui per forza bisognava addentrarsi. Questa possibilità di analizzare il personaggio da diverse sfaccettature era resa possibile in un certo senso dall’eterna fragilità di Roberto Baggio, che invece la storia di altri campioni, chiusi nel loro perfetto guscio granitico, non ci avrebbe permesso.
Per questo ci è venuto naturale scrivere un romanzo e non un’autobiografia, andare aldilà di Baggio uomo e creare un viaggio mitologico all’interno dei 20 anni in cui Roberto ha giocato a calcio: un viaggio letterario, in cui la figura del campione è il mezzo che ti permette di relazionare il calcio parlato, le mitologie delle piazze, la rappresentazione più vera della pancia italiana, tutti significati che vanno oltre il gesto sportivo, cosa che altri calciatori per la loro storia non ti permettono. Forse un mito come Maradona te lo permetterebbe. Anche se Maradona ti lascia meno margine d’interpretazione, perché si identifica con la squadra, perché ha vinto molto di più, perché è un campione riconosciuto. Baggio sintetizza una poesia tragica per certi versi meno stereotipabile. Ha più contraddizioni. Ti permette di esplorare molti più campi. Il fatto che non abbia mai vinto; il fatto che sia stato il simbolo di una Nazione per 16 anni- e prima e dopo di lui l’Italia abbia vinto i suoi Mondiali, cioè lui è arrivato e l’Italia ha smesso di vincere, lui è andato via e l’Italia ha ripreso a vincere; il fatto che abbia giocato con un ginocchio spaccato per 20 anni; il fatto che non si sia mai fermato in una città; il fatto che, pur essendo uno dei giocatori più forti di sempre, non solo non ha mai vinto, ma non ha mai avuto la prosopopea del campione.
Per iniziare abbiamo cominciato a osservare Baggio da tantissimi punti di vista. Ogni punto di vista comprendeva una tematica, un piano di lettura differente. Baggio dal punto di vista tecnico, Baggio dal punto di vista spirituale, umano eccetera. Ognuna di queste riflessioni è diventata un racconto. Infine abbiamo creato una cornice: due personaggi senza volto cui viene chiesto da un improbabile editore di andare a cercare per l’Italia Roberto Baggio. Solo che loro non si ricordano chi sia, Baggio. Lo ricorderanno nel corso del tragitto. La struttura del romanzo è quindi composta da due filoni: uno è quello dei due narratori e del loro viaggio, l’altro è quello dei racconti veri e propri che avvengono per bocca dei personaggi che i due narratori incontrano. Questo schema può risultare un po’ approssimativo e ingenuo, però in alcuni momenti ha dei pregi enormi. Per esempio, ci ha permesso di fare dei ritratti dettagliati della Pinetina, di Milanello, di ciò che ruota intorno al campo da calcio, delle città, al paesaggio sportivo italiano.
Raccontiamo di Baggio relazionandolo con tutto: con le squadre, coi compagni, con gli allenatori, costruendo una mitologia che è abbastanza malleabile. Baggio a Brescia è una cosa, a Bologna è un’altra, a Italia ’90 un’altra ancora: in modo palpabile, netto. Le tappe di Baggio sono delle ere, degli obelischi, ora di ghiaccio ora di fuoco. L’Ascensione di Roberto Baggio non è propriamente una Via Crucis, l’affinità Baggio-Cristo c’è in alcuni momenti del romanzo, ma non è la chiave di lettura. Tutto il percorso non è stato pensato in quella direzione lì. L’idea di smaterializzare Baggio, è venuta fuori perché era il modo più onesto di rispecchiare il fatto che ognuno conserva un ricordo, un frammento, un pezzo di Baggio dentro di sé, che non sempre riguarda il Baggio atleta. Una serie di spezzoni di memoria che appartengono all’Italia nella sua parte più intima. La progressione tra le varie stazioni che scandiscono la vita di Roberto Baggio non è pensata in termini cristologici, ma è indubbio che partendo dalla città, quindi dall’esperienza più percepibile e immediata, e poi via via ampliando i significati fino alla consacrazione calcistica di Baggio, che è il simbolo dell’Italia, in una squadra come il Brescia, si delinei un percorso che ascende verso il metafisico. È bello vedere come ogni cosa che Baggio tocca cambi volto. Baggio innesca delle reazioni chimiche su più strati. Ovunque si posi riesce ad illuminare e mettere in discussione una scala di valori. Ma è ancora più bello scoprire che questa qualità mitopoietica di Baggio non segue un percorso univoco. A seconda di dove si posa Baggio crea un processo epico diverso, un racconto che ha uno stile diverso dal precedente. E infatti, in ogni luogo noi abbiamo visto una leggenda incredibilmente nuova. Come se stessimo parlando di un altro calciatore, anche se poi era sempre lo stesso. Forse è questo che ci ha permesso di arrivare a quel particolare finale: Baggio trascende un volto, un significato unico.
All’inizio, quando abbiamo suddiviso la storia in momenti storici, capitali spirituali e calcistiche di Baggio, ci siamo accorti che ogni capitolo parlava una lingua completamente diversa. Questo ci ha permesso di non parlare soltanto di Baggio, ma di essere laterali, di andare in altri territori. Brescia ci ha permesso di parlare della Leonessa d’Italia che risorge e trova nuova mitologia, nuovo materiale, nuova carne da masticare. Firenze ci ha permesso di parlare della capitale del Rinascimento orfana del suo più grande artista, Antonioni, di un passaggio di bandiera che poi è stato vanificato. Italia ’90 di come Baggio diventi musica. La musica di notti magiche. Fino ad arrivare a Caldogno, in cui tutto esplode, e dove convivono tutte le epoche e fasi storiche di Baggio.
All’inizio il titolo era ‘La maledizione di Roberto Baggio’, poi l’abbiamo tramutato in ‘L’Ascensione…’ perché la maledizione non rappresentava il movimento del libro. L’ascensione si porta dietro un movimento molto più eterogeneo, che lascia più possibilità di analisi, anche se la maledizione è un motivo ricorrente nella vita di Baggio (il campione che perde). Da un certo punto di vista è stato meglio così. Vincere un mondiale con Baggio sarebbe stato sconvolgente perché avrebbe aperto un varco di emotività, di alterità rispetto allo spirito in cui gli italiani si riconoscono. Ovvero quello con cui l’Italia nel 2006 ha vinto i mondiali. Vincere un mondiale con Baggio sarebbe stato un precedente letale, perché l’Italia si sarebbe specchiata in qualcosa di così magnifico che da lì in poi niente avrebbe avuto più significato.
Ogni eroe che si rispetti attira a sé i suoi nemici, e in questo romanzo gli antagonisti sono tanti. Dovendo superare delle tappe, Baggio da giocatore ha la possibilità di duellare e anche di perdere. Lippi è un’antagonista, Sacchi è un’antagonista, quasi tutti gli allenatori sono stati antagonisti. A livello istituzionale avviene sempre uno scontro di personalità, di geometrie, di conflitto col genio. Ed è per questo che gli allenatori sono gli antagonisti per eccellenza di Baggio-genio. L’allenatore deve gestire una squadra, deve tenere conto di simmetrie, deve essere diabolico, la simmetria è diabolica. L’allenatore deve, in qualche modo, chiudere la squadra. Tenerla e in maglie molto strette. L’enorme maglia del numero 10 o del genio è ben difficile gestirla, devi fare un grandissimo passo indietro.
Ma anche, da un certo punto di vista, il popolo italiano non gli è stato favorevole. È difficile che il genio in Italia, il genio, non il talento, venga fuori, e gli venga dato il terreno giusto per crescere. Poi, nel momento in cui c’è, viene osannato. Basta vedere in occasione dei mondiali del 2002. C’erano le paginate, con Baggio. Tumulti. Ma anche i non geni vengono osannati, quindi… Il genio non può far regola. E’ pericoloso. Il genio- intendendolo come movimento libertario, cioè come l’eccezione fa l’eccezione, l’eccezione che costruisce una cattedrale di eccezioni.
Baggio è un personaggio perfetto perché è mobile, diciamo che la sua caratteristica sta in questo, e in questo sta la possibilità di scrivere un Romanzo, di trasformare un uomo in un’avventura letteraria. Baggio non è mai uguale a se stesso, e questo esige che tu cerchi una verità differente in ogni suo aspetto.”
(Grazie a Viviana che ha sbobinato il malloppo)
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Sgomberato il cantiere sociale di via de’ Conciatori
20 genil comunicato del circolo anarchico fiorentino:
Il giorno 19/01/2012 il comune di firenze, con ampio dispiegamento di
forze della questura, ha militarmente sgomberato la sede del circolo Anarchico fiorentino di Via dei Conciatori, unitamente agli altri spazi occupati da altre realtà presenti da tempo nell’intera palazzina.
Dalle 05.30 della mattina tutta quanta la strada è stata accerchiata e gli accessi delle vie limitrofe bloccati nell’intero quartiere.
Alcuni compagni sono saliti sul tetto con l’intento di resistere allo sgombero ed hanno tenuto la posizione fino dopo mezzogiorno.
La celere ha forzato il copioso presidio creatosi, guadagnando vigliaccamente le porte di accesso allo stabile, successivamente forzate.
Il presidio si è poi concluso con una manifestazione lungo le vie del quartiere.
L’immobile è stato consegnato dal comune e dalla questura alla società immobiliare TOSCO TRE, intenta a portare avanti una spietata speculazione edilizia nel quartiere storico centrale di santa croce.
Il circolo Anarchico fiorentino porterà avanti ad ogni costo le battaglie e le lotte sinora intraprese nelle forme e nei modi necessari.
RINGRAZIAMO TUTTI I COMPAGNI PER LA SOLIDARIETÀ DIMOSTRATA E PER IL CONCRETO APPOGGIO NELLE FUTURE AZIONI DI RISPOSTA A QUESTO INFAME SGOMBERO!







