Sto libro è veramente bello. Chapeau.
Intervista di Senzamecenate a Collettivomensa
10 magIl sito Senzamecenate gentilmente ci intervista. E noi rispondiamo.
Per sicurezza ve la pubblico pure qua sotto, snobbettini del casso.
Dalla vostra “non biografia” si legge che non siete un collettivo, né una mensa, né una rivista autoprodotta. Dunque, desistiamo dal trovare un termine che possa definirvi?
Sul serio? No, sul “rivista autoprodotta” mi sembra avessimo lasciato qualche possibilità in più. Comunque un po’ sì, come diceva Leibniz: “comunque un po’ sì”. Però forse è proprio nel tentativo di autodefinirsi che si diventa qualcosa, o qualcosa di diverso/nuovo, per cui “Collettivomensa si scrive Collettivomensa”, che è un algoritmo piuttosto basilare e tutto il resto è in fieri. È più facile lasciarsi indietro zavorra nel negarsi altre possibilità d’essere, che decidere quali accogliere a prescindere, credo lo facesse anche Michelangelo quando, stanco dello scalpello, impugnava la zappa.
Con cadenza non abituale, realizzate una rivista che può essere acquistata sia online che in alcune edicole sparse nelle principali città d’Italia. Quali sono i temi trattati?
L’ultimo era incentrato sul disgusto, sul fastidio e sull’angoscia. Si chiamava per l’appunto: Capezzone. Tre cantiche di una terrena commedia, catabasi nel profondo, nel profondo intendo tipo fisting anale. Però abbiamo affrontato anche problemi più domestici, lotte intestine, immaginazione al dovere, ideal standard. Più che bei temi, scegliamo bei titoli, poi gli autori ci salvano il culo.
La chilometrica lista degli autori conferma che non è un progetto di nicchia. Come riuscite a mettere insieme tutte queste “teste”?
Li paghiamo profumatamente. Con salsicce e patate. Gli altri li minacciamo, nel senso che c’è una minaccia morale sottesa quando chiedi a un autore di partecipare a una rivista “underground”, se ti scaca sa che verrà considerato “snob” dall’”undergound” e anzi peggio un “venduto”. E un buon autore dovrebbe temere tantissimo questo tipo di giudizio, per cui posso dire senza ombra di dubbio che tutti quelli che scrivono sul collettivomensa sono dei buonissimi autori, tutti gli altri sono venduti e snob.
Quali sono i requisiti che deve possedere un autore del Collettivomensa?
Beh, di sicuro la prudenza, che è stata la virtù cardine del Collettivomensa fin dagli albori, che se volessimo cercare una collocazione temporale li inseriremmo (gli albori, dico) alla fine dell’alto medioevo. Poi la fortezza e la temperanza, che pure sono importanti anche se meno, e lo diciamo senza ipocrisie, rischiando di risultare scomodi. Un tempo davamo importanza alla giustizia ma ora non ci facciamo più tanto caso. Di sicuro devono mostrarsi come autori della porta accanto. Se illibati e con un tatuaggio colorato meglio.
C’è qualche rivista, qualche fumetto, qualche autore dal quale traete ispirazione?
No, e te lo dico senza presunzione. Ci rendiamo conto di essere un punto di riferimento per molti giovani che hanno smarrito la strada. Alla base del nostro progetto c’è l’idea di usare la letteratura e il fumetto come mezzo per raggiungere la ribalta sociale. Per riscattare le proprie radici senza sporcarsi le mani più di tanto… beh, se proprio devo farti un nome, se proprio volete farci passare per presuntuosi, ti dico 50 Cents. O anche il TomTom, perché no.
Ho visto dal vostro blog che spesso siete voi a condurre interviste e recensioni letterarie. Qualche nome da suggerirci?
Iacopo Barison, Benedetta Torchia, Pippo Balestra, e mi fermo qui così sono sicuro che mi date retta. Però i più bravi in assoluto, ma non so se risponderebbe, sono sicuramente: Fabiagio Salerno e come non ricordare Sacha Biazzo.
Festival dell’inedito di Firenze (sospeso). Il Collettivomensa ha espresso, a riguardo, tutti i propri dubbi e preso una posizione chiara e determinata. Possibile che, nella nostra penisola, non si riesca mai ad organizzare un evento che miri a valorizzare e promuovere realmente i talenti (senza che dietro non vi sia sempre la solita “magagna”)?
Siamo un paese cresciuto in una forte ottica democristiana con uno stabilizzatore ottimale, quelle poche volte che si è provato a cambiare ottica il risultato è venuto sfuocato. Secondo noi bisognerebbe proprio cambiare macchina, io consiglio Nikon.
Ultima domanda. Con o senza mecenate?
Forse dovremmo dire senza mecenate perché fa più ghetto però sarebbe ingiusto non citare la nostra dirimpettaia, che continua a comprare i quadri di Antonio Pronostico e a metterci mi piace agli status su Facebook. Poi in questi anni abbiamo trovato soltanto due persone che hanno finanziato il Collettivomensa: la prima era una suora, morta, per la quale non vale assolutamente il detto che vale per i fascisti, l’era buona pure in vita la poverina, e A. Sertoli, che ha versato cospicue somme nei nostri forzieri, Sertoli è forse conosciuto in quanto vecchio amico di Calamandrei, il presunto mandante degli ultimi quattro delitti del “mostro di Firenze”. Ora aspettiamo solo che Dell’Utri si accorga di noi. Evviva il ghetto.
Grazie Collettivo
P.s. Tutto il resto è leggibile e scaricabile dal sito http://collettivomensa.com/, se non passate siete snob.
http://www.senzamecenate.it/interviste/collettivomensa
Massimo Vitali, 7 Maggio alla Citè di Firenze. Poi freestyle di tereminno con Valeria Sturba. Cioè!
5 mag
A Firenze meglio un festival letterario vero. Lettera aperta di scrittori fiorentini (e non)
3 aprGentile Sindaco e Assessore alla Cultura Matteo Renzi,
Gentile Assessore all’Università, Ricerca e Politiche giovanili Cristina Giachi
Gentile amministrazione del Comune di Firenze,
Gentili redazioni di giornali, magazine e radio nazionali e locali,
apprendiamo dalla stampa nazionale e locale la nascita del “Festival dell’Inedito”, iniziativa con sede a Firenzeche dichiara promuovere i nuovi talenti e lo scouting letterario, previo però pagamento di cospicue quote di iscrizione da parte dei partecipanti.
L’entità di tali quote e le modalità stesse del procedimento di selezione mostrano a nostro avviso come l’obiettivo non dichiarato di questo concorso sia fare cassa sui sogni e le aspirazioni di chi scrive: ai 130 € (+IVA) richiesti per la prima fase di selezione, con i quali i concorrenti sostanzialmente acquistano una scheda di lettura della loro opera, si aggiungono infatti altri 400 € (+IVA), destinati tra altre cose al noleggio di uno spazio espositivo di cui si fatica a capire l’utilità. Crediamo che iniziative come questa riflettano quello che sta accadendo a una parte della produzione culturale italiana: la dismissione della selezione intellettuale intesa come valore e l’ostracizzazione della scelta critica in favore di pratiche di valutazione, promozione e pubblicazione a pagamento.
Se una città davvero aspira a essere comunità libera di scambio tra scrittori, ha il dovere promuovere e patrocinare iniziative di qualità dove scrittori e aspiranti possano veramente – e senza balzelli di sorta – entrare in contatto, e rifiutare quegli eventi che puntano innanzitutto a riscuotere denaro da chi coltiva un sogno.
Inviamo la presente non solo in qualità di scrittori, ma anche in qualità di lavoratori della cultura e del giornalismo, di operatori culturali, curatori, critici, ricercatori. La nostra posizione contempla cioè la preoccupazione nei confronti non solo di chi “acquista” cultura, ma anche di chi la produce: col nostro appello vogliamo difendere anche i diritti dei tanti lavoratori della cultura sottopagati e sfruttati, che ogni giorno realizzano traduzioni, comunicati stampa, volumi, eventi, lavorando per un ingranaggio che rischia di andare fuori dal proprio sesto anche a causa di cattive pratiche come quella di un “festival dell’inedito” in cui si chiedono cospicui contributi ai partecipanti.
Confidiamo che i soggetti privati e istituzionali promotori e organizzatori di questa iniziativa e i partner che vi aderiscono vogliano chiarire, in un confronto pubblico da prevedere in tempi brevi, quale idea di cultura intendano sostenere attraverso iniziative del genere.
Aderiscono da Firenze
Alessandro Raveggi
Vanni Santoni
Collettivomensa
Marco Vichi
Sergio Nelli
Paolo Ciampi
Ilaria Giannini
Marco Simonelli
Francesca Matteoni
Gregorio Magini
eFFe
Francesco Recami
Matteo Salimbeni
Rosaria Lo Russo
Paolo Maccari
Francesco D’Isa
Vittorio Biagini
Michele Dantini
Raoul Bruni
Aderiscono dall’Italia
Michela Murgia
Andrea Libero Carbone
Giorgio Vasta
Vincenzo Ostuni
Marco Mancassola
Gianfranco Franchi
Lucia Vergano
Alessandro Viti
Flavio Pintarelli
Matteo Fantuzzi
Valerio Cuccaroni
Scrittori Precari (Simone Ghelli, Gianluca Liguori, Luca Piccolino, Angelo Zabaglio)
Tommaso Giartosio
Carolina Cutolo
Andrea Cortellessa
Lorenza Pieri
Christian Raimo
Marco di Marco
Veronica Raimo
Valentina Rizzis
Carola Susani
Michele Vaccari
Lidia Massari
Sciltian Gastaldi
Mattia Carratello
Giuseppe Zucco
Emiliano Sbaraglia
L’arte del Piano B. Firenze
8 marAlla Citè, a Firenze, il 10 Marzo. Gianfranco Franchi presenta il suo libro per la Piano B. Si chiama L’arte del Piano B. Divertente no? E Simone Rossi suona con Bicio, che è bravissimo. Si chiamano Gianluca e le cose quando suonano insieme. Divertente pure questo nèvvero? Presenta Vanni Santoni, maddai. Capito gente che tipo di serata è? eh? A seguire si balla il bughi bughi.
Blues del Ventennio
20 febFirenze, 23 Febbraio, al Soul Kitchen, nella zona dei pub fighetti per americani, un posto chiccoso ma gratuito, poi: blue note a palla, una caterba di blue note cromatiche dissonanti e poi ancora: Antonio Speciale, un vero coltivatore di cotone uscito dritto dritto dal Ventennio, che suona un buon blues per due ore tristi mentre: Gianluca Garrapa, Giamaicano del Sud che legge cose che col blues non c’entrano un cazzo. Il 23 Febbraio RiotVan e Collettivomensa vi aspettano numerosi. E tristi.
Dreadlock! – Intervista a Jacopo Nacci
5 febLo sai cosa mi piace? Dreadlock! è una storia che se la racconti al bar la gente si mette a ridere: Matteo, uno studente bolognese, che fuma i cannoni e diventa Dreadlock un supereroe alto due metri, “che cazzo di storia è”? Gli studenti, Bologna, la ganja, tutto risponde all’idea di prendere un immaginario che ha delle potenzialità enormi, ma che è stato sempre sfruttato male perché o non capito o banalizzato. Volevo che fosse proprio così: una cosa che se te la raccontano ti metti a ridere, poi la vai a leggere e ti prende un colpo, perché non fa ridere per niente. Ecco, m’interessava far sentire lo scarto.

Non so se il supereroe è intrinsecamente fascista, ma può darsi. Innanzitutto è un superuomo, poi sfrutta la delega. Agisce al di fuori della legge – o al di sopra della legge rappresentandola ma in qualche modo uscendo dall’ordine astratto delle regole. Cioè è un argomento a uomo. Paradossalmente il supereroe è la legge ad personam perché quando lo contesti non contesti la giustizia o meno delle sue azioni: è già ingiusto che ci sia. Contesti la persona. È berlusconiano, protagonista di una cultura per tifoserie. Però mi piaceva provare a vedere se potesse essere altrimenti, se il supereroe non fosse un di più piramidale che si pone al di sopra, ma fosse un’esalazione, non un di più. Non semplicemente massa/eroe, ma una sublimazione di massa nell’eroe. Uno spirito di alcuni determinati valori che emerge da una circostanza, da un contesto, da una situazione, come se fosse richiamato. Non penso nemmeno che Dreadlock viva obiettivamente e pacificamente la condizione di supereroe. Non è il tipo, insomma.
Il fatto è che Dreadlock è un supereroe se lo vedi da fuori e secondo i nostri canoni. Ma se lo guardi da dentro, senza applicare la lettura supereroe, è un mistico e basta. Quindi di conseguenza è una persona che ha dei poteri che infondo abbiamo tutti. Non faccio un discorso new age per cui “i nostri poteri cerebrali…” no, parlo della capacità di manipolare e interagire con gli elementi che è quello che facciamo tutti i giorni da quando nasciamo a quando moriamo. E quindi non doveva sputare i raggi laser dagli occhi, ma semplicemente essere una persona che fa più profondamente ciò per cui qualunque essere umano è portato.
È una compulsione quella di Matteo. Entra in loop. Io soltanto come Dreadlock mi realizzo, ma siccome quando c’è Dreadlock non ci sono io, tendo compulsivamente ad entrare in loop. Ma è una cosa che in realtà mi sembra molto reale come meccanismo nel quale una persona può entrare. È il meccanismo di tutte le forme di dipendenza o di akrasia: il compulsivo trova la libertà proprio in ciò che in realtà lo rende schiavo. Ci sono cose negative che accadono perché il mondo sta scoppiando, ma ci sono cose negative che accadono perché, forse, Matteo non è in grado di risolvere un rapporto di crescita, di accettazione e di apertura al mondo, di perdersi in favore dell’accettazione della realtà esterna.
Il libro ha una struttura all’Ultimo combattimento di chen, come un gioco a più livelli, con il mostro finale: il comico. Il comico è un Joker provinciale. È un tamarro di compagnia bolognese che cerca di fare il Joker. È veramente un maranza che sta al bar e fa quello più matto, in realtà è banalissimo e assolutamente conformista, però davanti agli amici fa quello matto, poi magari per gli amici è semplicemente quello scemo, non quello matto. M’interessava un personaggio piccolo. La banalità più banalità che però quando diventa potente comincia a diventare un problema. Il male vero è l’incoscienza, l’assenza di spessore di questo personaggio, che è la cosa che forse fa più paura.
La sua minaccia non viene raccontata. Prima pensavo che lo facesse per provocare il caos per avere in risposta la repressione, – la reazione tipica da terrorismo fascista. Poi invece a un certo punto ho capito che non gli interessava questo. O forse gli interessava solo in parte. Il comico ha avuto diverse incarnazioni in altre stesure di Dreadlock!. All’inizio non volevo sbattere in faccia l’idea della comicità perché volevo che l’ironia fosse pervasiva, non che fosse la caratteristica di qualcuno. Se avessi fatto un comico, sembrava che il problema fosse suo, invece m’interessava farlo in generale. Allora ho pensato alla figura di un conduttore, poi parlandone, Enrico Piscitelli mi ha convinto ad andare fino in fondo e delineare la figura di questo trickster. E allora è venuto fuori il comico. In un’altra stesura il comico era figlio di un torturatore fascista che aveva attraversato gli anni del Dopoguerra, fino agli anni Ottanta, a rapire ex partigiani portandoli in case di campagna sparse in tutta Italia torturandoli e violentandoli fino a ucciderli. M’interessava rendere un rapporto diretto tra questa forma di fascismo ch’è rappresentata dal comico, – e che riguarda una cosa dei giorni nostri, se si vuole della post-modernità, – e l’evoluzione della vecchia cosa. Però questo gli dava troppo spessore. Una situazione di questo genere l’avrebbe reso più complesso come persona. La terza versione era che il comico potesse essere un cyborg, anzi addirittura un robot. Questo gli è rimasto nella risata. Ma il robot avrebbe scatenato il distacco, “questa cosa non mi appartiene, è un problema della macchina”. E invece la risata mi permette di trasformare tutti in macchina ma di mantenere la dignità biologica della persona. Quindi non scaricare all’esterno il problema ‘cosa’. La cosa che io sono. Non la cosa che è robot. Quindi il comico viene da qui.

Dire che ci sia qualcosa in comune tra Dreadlock! e Il tempo materiale mi sembra di dire una di quelle cose per cui sarò fulminato dagli dei. Diciamo che l’ironia specie se usata all’italiana è un modo per scaricare la responsabilità di una situazione. Noi continuiamo al bar a fare le stesse battute sessiste che facevamo trent’anni fa e diciamo “ah, va bene ma sto scherzando!”. Sì, però se tu sei l’oggetto, che tra l’altro sei il soggetto ma sei trasformato in un oggetto dalle stesse battute perché nel momento in cui io rido di te ti cosifico, ti reifico, ti trasformo in una cosa, e tu proprio ridendo, con quello stesso ridere che mi trasforma in una cosa, ti liberi della responsabilità.
Pensiamo al famoso delirio delle BR che prendono sul serio. È un po’ anche il lavoro che ho voluto fare appositamente su Dreadlock!: prendere maledettamente sul serio una cosa che apparentemente fa ridere. Perché questa forma di ironia che si è sviluppata negli ultimi anni, questo modo di usare l’ironia nella nostra antropologia, ha molto a che vedere con quello che è successo e che sta succedendo. Con una certa presa di distanza, di scarico delle responsabilità, di reificazione sia di chi la pratica l’ironia – perché nella risata del comico c’è comunque una forma di robotizzazione, di conformismo – e sia per la reificazione dei soggetti verso cui l’ironia o il sarcasmo si può rivolgere. Noi ridiamo di ciò che sembra meccanico. Ridiamo quando una persona cade, è il burattino che perde il controllo sul proprio corpo. Se ci pensate è una cosa orrenda, inquietantissima. Perché ridiamo di ciò che dovrebbe muovere empatia, voglia di soccorso, desiderio di soccorso. Tutti i libertini e i darwinisti del mondo non fanno altro che insistere sul fatto che noi siamo gli unici animali che ridono e questo è il fatto che ci contraddistingue.
L’ironia permette di sentirsi in gruppo, di sciogliere le situazioni e di abbassare la tensione. Però permette anche di non pensare a quello che si sta dicendo e permette anche di non prendere mai le cose sul serio. Perché il comico odia Dredlock? Perché è pesante. Il comico è capace di uccidere una persona per questo motivo. Quindi occhio…







