A correre non tornò – Vanni Santoni

3 mar

Un ragno di tristezza
è in agguato
nel cubico gelo

(Carlo Betocchi)

Aveva ripreso a correre, che si sentiva il fiataccio in bocca per le troppe sigarette. Marcio, si sentiva. A volte, quando era depresso, si immaginava già i mali. Così  si era messo i calzoncini corti e la maglia dell’Aston Villa che usava ai tempi del calcetto ed era uscito in strada. La strada di casa sua non era più la strada di campagna di quando era piccolo: avevano costruito tutto intorno ed era trafficata.  E d’altronde neanche casa sua era la medesima casa, in quanto né suo padre né sua madre, né la nonna, c’erano più.
Gli bastava però attraversare due isolati per giungere in una strada dritta, asfaltata in fase di espansione cittadina e poi mollata lì. Si trovava quindi in una strada di campagna a tutti gli effetti, con la particolarità di un’asfaltatura recente e regolare. Era lunga circa quattrocento metri, dopo i quali svoltava a destra; dopo la svolta, diventava sterrata e tornava indietro, fino a ricongiungersi con se stessa. Si trattava quindi di un circuito, metà pista e metà campestre, di ottocento metri circa. Siccome non voleva portarsi dietro una bottiglia, prima di uscire andò in cucina, prese un bicchiere dalla mensola e bevve tre bicchierate generose dal rubinetto.
Era una bella giornata: al mattino aveva piovuto ma un sole robusto aveva già asciugato la strada. Restava solo qualche pozza qua e là e c’era un odore fresco. Decise che avrebbe fatto sette giri.
Al primo giro corse molto piano. Completò gli ottocento metri senza difficoltà e al secondo giro aumentò il ritmo. Arrivò all’inizio del terzo giro con un accenno di sudore e nessun fiatone; ne fu felice. Prese ulteriormente velocità e corse un quarto giro rapido, sentendo, a metà della parte sterrata, un lievissimo disagio alle ginocchia. Attaccò quindi il quinto giro più lentamente, finché, giunto di nuovo a metà, sentì che doveva fermarsi per fare pipì. A una ventina di metri da dove si trovava, sulla sinistra, un piccolo frutteto, delimitato da una staccionata di travi, affiancava brevemente la strada. Corse fin lì e si mise a orinare sulla prima delle assi verticali, la testa alzata, quasi all’indietro. Era rilassato; piano la testa scendeva verso la posizione normale, quando qualcosa lo fece trasalire e balzò all’indietro. Di fronte a lui, le zampe distese sul piatto dell’asse, stava un ragno. Era, forse, il ragno più grosso che avesse mai visto dal vivo. Non si trattava di una di quelle bestie irsute che si vedono a volte in TV: era snello, aveva il corpo relativamente piccolo e le zampe lunghe, affusolate ma potenti, simili a dita; era giallo, un giallo di creta o di arenaria, cheratinoso, con poche setole scure all’attaccatura di ogni zampa. Le due frontali erano lievemente più tozze, mentre le altre sei erano identiche tra loro, lunghe, disposte a raggera. Era terrificante, e non si muoveva.
I ragni mi hanno sempre fatto paura, pensò l’uomo, ma subito dopo ricordò che non era vero. Da piccolo ci giocava. Veniva proprio da queste parti e catturava i ragni che se ne stavano a prendere il sole su un blocco di cemento che stava là a quei tempi, in mezzo alle ortiche. Scendeva con un bicchiere e un foglio di cartoncino; metteva il bicchiere sopra il ragno e poi il bristol sotto il bicchiere, e si portava i ragni a casa. Non erano ragni dello stesso tipo di quello che stava fronteggiando adesso, anche se la struttura era simile: erano più piccoli, corpo a bottone, zampe filiformi. Li portava a casa, nel cortile dove giocava. A volte preparava per loro percorsi a ostacoli, altre strappava loro tutte le zampe e restava lì a guardare quei poveri bottoni. Per almeno tre estati consecutive scese quasi ogni giorno a prendere i ragni.
Che fai, bimbo, gli chiese una volta una signora molto anziana che viveva da quelle parti.
Gioco coi ragni, rispose lui.
Che gioco fai?
Li catturo.
Non sono ragni, disse la signora, che si era avvicinata, ma santole.
Santole?
Fu sorpreso nel vedere la vecchia prendere uno di quegli animali con le mani: credeva di essere coraggioso a prenderli col bicchiere. La signora afferrò la santola, la sollevò e ne raccolse tra pollice e indice tutte le zampe, lasciando il corpo in basso, come appeso, poi disse: santola santola dammi una gocciola d’acqua santa sennò ti tiro la zampa.
L’aracnide se la fece addosso dalla paura o dal dolore, perché effettivamente dal suo addome – o meglio, dal suo corpo, giacché gli opilioni, detti santole, hanno prosoma e addome fusi insieme – stillò una goccia di liquido chiaro. La signora gli sorrise e lanciò via l’animale. Lui rimase a guardarla, muto.
Da quel giorno perse a poco a poco interesse per i ragni, fino a che non andò più a raccoglierli. Altri ricordi non ne aveva, sapeva solo che poi, dai quattordici, quindici anni, i ragni gli facevano schifo. Anzi: paura.
Si trovava adesso di fronte al più maligno esemplare che avesse mai visto, tanto minaccioso da suggerirgli l’idea di non essere una bestia locale. Si figurò i mille modi in cui  quell’animale, originario dei deserti della Persia o almeno della Cappadocia, fosse arrivato lì.
Riprese a correre; era riposato, e il sesto giro gli venne facile. Quando passò di  fronte alla staccionata, il ragno era ancora lì. Al settimo giro prese a sudare molto, ma ancora il fiato non gli mancava. Quando passò nuovamente, e di buona lena, di fronte al ragno, pensò che forse non era così fuori forma come si immaginava. Arrivare al punto di partenza, effettuare quell’ultimo quarto di giro, fu un attimo, così si lanciò in un ottavo giro, di defaticamento. Non c’era più il sole e l’umidità dell’aria si faceva sentire; il ragno non si era mosso.
Finita la corsa, andò a casa, si fece la doccia, si cambiò, passò in cucina, prese il bicchiere che aveva lasciato sul lavello, andò in tinello, posò il bicchiere sul tavolo, rovistò la stanza alla ricerca di un pezzo di cartoncino, non ne trovò, buttò all’aria la casa, ne trovò infine un pezzo rettangolare, irregolare, rosa davanti e grigio dall’altro, lungo una trentina di centimetri e largo dieci.
Tornò dal ragno. Anche a occhio si poteva vedere come le zampe distese fossero più larghe del cerchio del bicchiere, ma fu abile ad appoggiare il bicchiere impercettibilmente sopra di esse, senza schiacciarle, ma abbastanza in basso da impedirgli la fuga.
Appena quello raccolse le zampe per tentare un movimento, l’uomo spinse il bicchiere a contatto con il legno. Lo fece poi scorrere verso l’alto, e il ragno cadde sul lato; ebbe uno scatto, poi si fermò, contratto, sul fondo, cosa che rese semplice l’inserimento del bristol.
Voltò il bicchiere e si avviò verso casa. Con la sinistra teneva il bicchiere, mentre con la destra manteneva il cartoncino aderente all’orlo. Fatti cinque passi, la preda cominciò ad agitarsi, a schizzare su e giù, con forza stupefacente. Poteva, col palmo della mano destra, sentirlo quando si lanciava contro il cartoncino, mentre quando sbatteva contro il vetro, dal bicchiere usciva un tac sordo, osceno a sentirsi.
L’uomo posò il bicchiere a terra, aprì la porta di casa, riprese il bicchiere, entrò, chiuse la porta con un calcio, portò il bicchiere in tinello e lo posò sul tavolo, infine sfilò il bristol. Il ragno stava fermo in mezzo al bicchiere, e ogni tanto aveva uno scatto rabbioso. L’uomo inserì un pezzettino di carta piegata sotto il bordo, così da far entrare l’aria. Poi, chiamò un suo amico. Dopo circa due ore, quello suonò alla porta.
Che c’è, gli disse, mentre entrava senza neanche salutarlo, tanto era familiare con la casa.
Ho una cosa da farti vedere, rispose lui, e lo portò in tinello.
Bè?
Guarda nel bicchiere.
Che schifo. Che è?
Un ragno.
Bello schifo.
Non vedi com’è grosso? Non se ne vedono mica così. È spaventoso.
Come no! In India, mi ha detto uno che lavora con me, ce ne sono alcune specie grandi come mani. E anche in Lucania, mi pare.
Magari, ma mica li hai mai visti, tu, ragni così grandi.
Ma, guarda, non so, sono sicuro che da piccolo, quando stavo in campagna, ne ho visti e come. Sì, sì: più o meno come questo qua.
Guarda, disse, un po’ arrabbiato, e si accese con cura una sigaretta. L’amico lo guardò stranito: dopo quel “guarda” si aspettava che facesse qualcosa. Al terzo tiro però sorrise, e soffiò un filo di fumo alla base del bicchiere, sul lato dove stava il pezzetto di carta. Il ragno si agitò moltissimo quando il fumo saturò il suo ambiente, e schizzò qua e là per il bicchiere con grande energia. L’amico non ne fu  impressionato. Il ragno ebbe ancora qualche sussulto brusco, tanto che l’uomo pensò quasi di sollevare il bicchiere per fare uscire il fumo.
Vabè, dai, io vado che tra poco ho gli allenamenti, disse l’amico.
Che allenamenti?
Ho ripreso a giocare a calcetto, così, per tenermi un minimo in forma.
Ciao, allora.
Ci si vede.
Rimase da solo a guardare il ragno. Non si muoveva. Cenò, guardò ancora un po’ di televisione, fumò una sigaretta, bevve del vino avanzato dalla cena, si lavò i denti e si mise il pigiama. Poi tornò in tinello e pensò che doveva liberare il ragno, che, insomma, non aveva senso tenerlo lì. Si mise a sedere e guardò il ragno nel bicchiere. Si accese una sigaretta e pensò anzi che un ragno, in realtà, è un animale utile, positivo. Un ragno in casa non è diverso da un gatto. Come il gatto elimina i topi, il ragno elimina zanzare e mosche. Una volta, anzi, si diceva “ragno porta guadagno,” segno che la brava gente del passato sapeva bene che non c’era nulla da temere, pensò, e alzò il bicchiere. Il ragno attese quasi due secondi, poi spiccò un balzo secco e si appiccicò allo stipite della porta della cucina. L’uomo schizzò in piedi, facendo cadere la sedia, e arretrò inorridito fino all’altra soglia della stanza, quella che dava sul corridoio. Il ragno scese rapido fino a terra, entrò in cucina e si infilò sotto la lavastoviglie. L’uomo ne seguì il percorso con lo sguardo, già pentito di aver alzato il bicchiere. La cucina aveva una lampadina piccola e stava sempre in penombra.
C’è poco da fare, pensò l’uomo. Chiuse a chiave la porta che divideva la cucina dal tinello e andò a letto. Pensò che non sarebbe riuscito a dormire, e infatti non si addormentò. Decise che doveva fare qualcosa. La cosa giusta era scovare il ragno e buttarlo fuori, pensò, ma ormai era impossibile. Si mise le pantofole, si alzò, tornò a sedere sul letto, le tolse e si mise le scarpe, poi andò nel ripostiglio e lo buttò all’aria fino a recuperare un vecchio Baygon che sua madre aveva comprato quindici anni prima, quando in cucina ci fu una piccola invasione di moscerini. Lo spray era vecchio e impolverato e il logo e i colori erano buffi.
Agitò molto lo spray e lo provò: il veleno usciva. Sulla confezione c’era scritto “Scarafaggi e formiche” ma se funzionò coi moscerini, pensò, funzionerà pure col ragno. Entrò in cucina e spruzzò moltissimo insetticida sotto la lavastoviglie e sui lati. Aprì la finestra e uscì dalla stanza.
Non si aspettava di veder sbucare fuori il ragno, né quello si mostrò.
Dopo qualche minuto rientrò, e spruzzò ancora insetticida, finché il flacone non tossì un ultimo sbuffo, e una gocciolina. Lasciò aperta la finestra, uscì dalla stanza e chiuse di nuovo a chiave la porta della cucina; notò che lo spazio tra essa e l’impiantito era comunque sufficiente a lasciar passare un ragno. Poi tornò a letto.
Dormì male, e al mattino fu contento di scoprire che era domenica. Si lavò, si vestì, passò in tinello, guardò la porta chiusa, uscì e fece colazione in un bar. Rientrò, aprì la porta, andò in cucina, sentì che l’odore di insetticida era andato via quasi del tutto, chiuse la finestra, ispezionò la stanza, poi si fece coraggio e tolse la lavastoviglie dal suo vano. Poteva vedere l’alone degli spruzzi di insetticida sui lati e sull’impiantito, ma il ragno non c’era. Chissà del resto dove era andato, valutò: fuori dalla finestra, o sotto al frigo, oppure è uscito dalla cucina ed è altrove, in casa.
Uscì. L’idea era di scendere in paese per fare la spesa. Quando vide tutti i negozi chiusi si ricordò nuovamente che era domenica, e pensò che questa storia del ragno lo aveva distratto fin troppo. Mentre rientrava, si gingillò con l’idea di chiamare una società di disinfestazione, ma poi valutò che sarebbe sembrato un povero fobico a far avvelenare l’intera casa per un solo ragno, forse già morto o fuggito. Così non fece niente, ed ebbe il sonno inquieto per molti mesi, finché, infine, smise di pensarci.
Gli rimase l’abitudine di chiudere a chiave la porta della cucina e, a volte, se scorgeva con la coda dell’occhio un laniccio in un angolo, una macchia, una crepa, un residuo, pativa un brivido. A correre non tornò, ma l’anno successivo si iscrisse a calcetto, nella società dove giocava il suo amico.

Vanni Santoni, Collettivomensa SpecialOne, 2009

2 Risposte a “A correre non tornò – Vanni Santoni”

  1. Antonio 3 marzo 2010 a 22:06 #

    molto ma molto bello!!!=)…anche se all inizio pensavo che il ragno l avrebbe morso mentre faceva la pipi!!!!

    • collettivomensa 4 marzo 2010 a 00:01 #

      questa è la versione censurata, infatti.

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