L’Ascensione di Roberto Baggio – intervista a Matteo Salimbeni

24 gen

“Baggio è un’essenza, non appartiene ai narratori, al pubblico o al calcio stesso. Baggio smette di essere Baggio, smette di essere un calciatore, smette di essere tutti i singoli pezzi che lo compongono, smette di essere una parte specifica della memoria e ascende in una prospettiva mitologica. E’ per questo che Baggio si può permettere di attraversare le epoche storiche, di andare a ritroso nel tempo e di essere un goal che non è stato, si può permettere di essere qualsiasi cosa, per questo Baggio è tutto.”

 

L’Ascensione di Roberto Baggio, di Matteo Salimbeni  e Vanni Santoni (Mattioli 2011) è un libro che a mia madre non piace, perché a mia madre il calcio non è mai piaciuto. E vallo a spiegare poi a mia madre questo non è un romanzo sul calcio e che il calcio in questo libro non è altro che un magico luogo attorno al quale tutto accade, un po’ come è un luogo il mare nell’Odissea (l’Odissea non è un poema sul mare pure se il mare effettivamente c’è, ed è ovunque), e poi, lo capirebbe mai, la mia povera mamma, che questo romanzo non è neanche una biografia di Roberto Baggio – negli stessi termini per cui l’Odissea non è la biografia di Ulisse chiaro – ma altresì un romanzo vero e proprio, che narra della metamorfosi epica di un campione maledetto che con il suo genio e i suoi tormenti trascende dal suo piedino fatato marchio Diadora e diventa nientedimeno che un mito. Forse lo capirebbe mia madre, se le spiegassi che in definitiva L’Ascensione di Roberto Baggio non è Fabio Caressa che sbarella in tv in una calda notte di luglio duemilasei, niente affatto, ma è qualcosa che si avvicina molto di più ad una Via Crucis, alla folgorazione di un popolo intero per un esile calciatore col codino, per di più perdente, manco Paolo Brosio a Medjugorje. E forse se capisse questo sarei quasi sicuro che il romanzo di Salimbeni e Santoni le piacerebbe pure e tanto. 

Di epopee, genio e Roberto Baggio parliamo in questa intervista con Matteo Salimbeni, e chissà che almeno a lui, col suo fare affabile che tanto piace alle cinquantenni, mia madre dia ascolto e si redima. 

 

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COLLETTIVOMENSA INTERVISTA MATTEO SALIMBENI: 

 

“L’idea di scrivere un romanzo su Roberto Baggio ci è venuta otto anni fa (nel 2003 ndr). È nata come un esercizio letterario su una passione condivisa, nella quale riconoscevamo sempre più elementi di spunto per un romanzo. Ogni volta che ci appropriavamo di una serie di elementi sulla sua incredibile vicenda umana e sportiva ci accorgevamo di trovarci catapultati in altrettante e diverse storie e punti di vista in cui per forza bisognava addentrarsi. Questa possibilità di analizzare il personaggio da diverse sfaccettature era resa possibile in un certo senso dall’eterna fragilità di Roberto Baggio, che invece la storia di altri campioni, chiusi nel loro perfetto guscio granitico, non ci avrebbe permesso.

Per questo ci è venuto naturale scrivere un romanzo e non un’autobiografia, andare aldilà di Baggio uomo e creare un viaggio mitologico all’interno dei 20 anni in cui Roberto ha giocato a calcio: un viaggio letterario, in cui la figura del campione è il mezzo che ti permette di relazionare il calcio parlato, le mitologie delle piazze, la rappresentazione più vera della pancia italiana, tutti significati che vanno oltre il gesto sportivo, cosa che altri calciatori per la loro storia non ti permettono. Forse un mito come Maradona te lo permetterebbe. Anche se Maradona ti lascia meno margine d’interpretazione, perché si identifica con la squadra, perché ha vinto molto di più, perché è un campione riconosciuto. Baggio sintetizza una poesia tragica per certi versi meno stereotipabile. Ha più contraddizioni. Ti permette di esplorare molti più campi. Il fatto che non abbia mai vinto; il fatto che sia stato il simbolo di una Nazione per 16 anni- e prima e dopo di lui l’Italia abbia vinto i suoi Mondiali, cioè lui è arrivato e l’Italia ha smesso di vincere, lui è andato via e l’Italia ha ripreso a vincere; il fatto che abbia giocato con un ginocchio spaccato per 20 anni; il fatto che non si sia mai fermato in una città; il fatto che, pur essendo uno dei giocatori più forti di sempre, non solo non ha mai vinto, ma non ha mai avuto la prosopopea del campione. 

Per iniziare abbiamo cominciato a osservare Baggio da tantissimi punti di vista. Ogni punto di vista comprendeva una tematica, un piano di lettura differente. Baggio dal punto di vista tecnico, Baggio dal punto di vista spirituale, umano eccetera. Ognuna di queste riflessioni è diventata un racconto. Infine abbiamo creato una cornice: due personaggi senza volto cui viene chiesto da un improbabile editore di andare a cercare per l’Italia Roberto Baggio. Solo che loro non si ricordano chi sia, Baggio. Lo ricorderanno nel corso del tragitto. La struttura del romanzo è quindi composta da due filoni: uno è quello dei due narratori e del loro viaggio, l’altro è quello dei racconti veri e propri che avvengono per bocca dei personaggi che i due narratori incontrano. Questo schema può risultare un po’ approssimativo e ingenuo, però in alcuni momenti ha dei pregi enormi. Per esempio, ci ha permesso di fare dei ritratti dettagliati della Pinetina, di Milanello, di ciò che ruota intorno al campo da calcio, delle città, al paesaggio sportivo italiano. 

Raccontiamo di Baggio relazionandolo con tutto: con le squadre, coi compagni, con gli allenatori, costruendo una mitologia che è abbastanza malleabile. Baggio a Brescia è una cosa, a Bologna è un’altra, a Italia ’90 un’altra ancora: in modo palpabile, netto. Le tappe di Baggio sono delle ere, degli obelischi, ora di ghiaccio ora di fuoco. L’Ascensione di Roberto Baggio non è propriamente una Via Crucis, l’affinità Baggio-Cristo c’è in alcuni momenti del romanzo, ma non è la chiave di lettura. Tutto il percorso non è stato pensato in quella direzione lì. L’idea di smaterializzare Baggio, è venuta fuori perché era il modo più onesto di rispecchiare il fatto che ognuno conserva un ricordo, un frammento, un pezzo di Baggio dentro di sé, che non sempre riguarda il Baggio atleta. Una serie di spezzoni di memoria che appartengono all’Italia nella sua parte più intima. La progressione tra le varie stazioni che scandiscono la vita di Roberto Baggio non è pensata in termini cristologici, ma è indubbio che partendo dalla città, quindi dall’esperienza più percepibile e immediata, e poi via via ampliando i significati fino alla consacrazione calcistica di Baggio, che è il simbolo dell’Italia, in una squadra come il Brescia, si delinei un percorso che ascende verso il metafisico. È bello vedere come ogni cosa che Baggio tocca cambi volto. Baggio innesca delle reazioni chimiche su più strati. Ovunque si posi riesce ad illuminare e mettere in discussione una scala di valori. Ma è ancora più bello scoprire che questa qualità mitopoietica di Baggio non segue un percorso univoco. A seconda di dove si posa Baggio crea un processo epico diverso, un racconto che ha uno stile diverso dal precedente. E infatti, in ogni luogo noi abbiamo visto una leggenda incredibilmente nuova. Come se stessimo parlando di un altro calciatore, anche se poi era sempre lo stesso. Forse è questo che ci ha permesso di arrivare a quel particolare finale: Baggio trascende un volto, un significato unico. 

All’inizio, quando abbiamo suddiviso la storia in momenti storici, capitali spirituali e calcistiche di Baggio, ci siamo accorti che ogni capitolo parlava una lingua completamente diversa. Questo ci ha permesso di non parlare soltanto di Baggio, ma di essere laterali, di andare in altri territori. Brescia ci ha permesso di parlare della Leonessa d’Italia che risorge e trova nuova mitologia, nuovo materiale, nuova carne da masticare. Firenze ci ha permesso di parlare della capitale del Rinascimento orfana del suo più grande artista, Antonioni, di un passaggio di bandiera che poi è stato vanificato. Italia ’90 di come Baggio diventi musica. La musica di notti magiche.  Fino ad arrivare a Caldogno, in cui tutto esplode, e dove convivono tutte le epoche e fasi storiche di Baggio.

All’inizio il titolo era ‘La maledizione di Roberto Baggio’, poi l’abbiamo tramutato in ‘L’Ascensione…’ perché la maledizione non rappresentava il movimento del libro. L’ascensione si porta dietro un movimento molto più eterogeneo, che lascia più possibilità di analisi, anche se la maledizione è un motivo ricorrente nella vita di Baggio (il campione che perde). Da un certo punto di vista è stato meglio così. Vincere un mondiale con Baggio sarebbe stato sconvolgente perché avrebbe aperto un varco di emotività, di alterità rispetto allo spirito in cui gli italiani si riconoscono. Ovvero quello con cui l’Italia nel 2006 ha vinto i mondiali. Vincere un mondiale con Baggio sarebbe stato un precedente letale, perché l’Italia si sarebbe specchiata in qualcosa di così magnifico che da lì in poi niente avrebbe avuto più significato. 

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Ogni eroe che si rispetti attira a sé i suoi nemici, e in questo romanzo gli antagonisti sono tanti. Dovendo superare delle tappe, Baggio da giocatore ha la possibilità di duellare e anche di perdere. Lippi è un’antagonista, Sacchi è un’antagonista, quasi tutti gli allenatori sono stati antagonisti. A livello istituzionale avviene sempre uno scontro di personalità, di geometrie, di conflitto col genio. Ed è per questo che gli allenatori sono gli antagonisti per eccellenza di Baggio-genio. L’allenatore deve gestire una squadra, deve tenere conto di simmetrie, deve essere diabolico, la simmetria è diabolica. L’allenatore deve, in qualche modo, chiudere la squadra. Tenerla e in maglie molto strette. L’enorme maglia del numero 10 o del genio è ben difficile gestirla, devi fare un grandissimo passo indietro.

Ma anche, da un certo punto di vista, il popolo italiano non gli è stato favorevole. È difficile che il genio in Italia, il genio, non il talento, venga fuori, e gli venga dato il terreno giusto per crescere. Poi,  nel momento in cui c’è, viene osannato. Basta vedere in occasione dei mondiali del 2002. C’erano le paginate, con Baggio. Tumulti. Ma anche i non geni vengono osannati, quindi… Il genio non può far regola. E’ pericoloso. Il genio- intendendolo come movimento libertario, cioè come l’eccezione fa l’eccezione, l’eccezione che costruisce una cattedrale di eccezioni. 

Baggio è un personaggio perfetto perché è mobile, diciamo che la sua caratteristica sta in questo, e in questo sta la possibilità di scrivere un Romanzo, di trasformare un uomo in un’avventura letteraria. Baggio non è mai uguale a se stesso, e questo esige che tu cerchi una verità differente in ogni suo aspetto.”

 

(Grazie a Viviana che ha sbobinato il malloppo)

 
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