Archivio | INTERVISTATI RSS feed for this section

Collettivomensa ascolta Filippo Tuena

10 ott

IMG_8040

Non me la prendo con gli scrittori di best seller, me la prendo con il sistema editoriale, che non riesce a bilanciare gli scrittori commerciali con gli scrittori d’avanguardia, che sono quelli che vendono di meno, ma che lavorano di più sulla struttura del romanzo, cercano strade nuove.

La letteratura di qualità non è necessariamente una letteratura di nicchia. Se io scrivo qualcosa, con una certa struttura, e questa struttura corrisponde al progetto che avevo, è la cosa giusta che dovevo fare. Sono i libri che alla fine determinano loro stessi, non deve essere né lo scrittore né tanto meno l’editore.

Quando inizi a scrivere un romanzo, che poi è un impegno che dura 2 – 3 anni, non puoi ingannare te stesso. Il progetto segue una linea che non puoi deviare. E spesso i grandi editori ti propongono delle soluzioni “medie” fatte di infiniti ‘Prova a fare così’, oppure ‘Correggi’. Il che, entro certi limiti, mi pare anche ragionevole, oltre questi limiti di decenza diventa sconveniente per il libro, poiché il lettore poi si trova davanti un progetto ibrido, frutto di un compromesso. Tendenzialmente tutto questo è legato alla commerciabilità. Non escludo però che esista anche un editing di qualità.

Ho pubblicato con Longanesi, con Fazi, Con Rizzoli e in linea di massima ho sempre fatto quello che volevo. Sono riuscito, discutendo, a imporre la mia visione. Il problema è che la mia visione non è commerciale, e quindi scrivo un romanzo come mi va di scriverlo, escludendomi però il supporto della casa editrice, pubblicitario intendo, che poi è l’elemento che determina il successo commerciale.

Lo scrittore è l’autore del dattiloscritto, che è perfetto, e rappresenta esattamente le sue intenzioni. A un certo punto questo dattiloscritto va in redazione. Viene letto da un editor, che poi decide se farlo o no. A quel punto egli opera un suo intervento, che l’autore cerca in tutti i modi di fermare. Superato questo punto il libro viene pubblicato ed entra nel sistema commerciale, e qui subentra un altro soggetto che è il distributore. Poi il libro entra in libreria e il libraio diventa a sua volta coautore dell’operazione e a mano a mano che questo processo si sviluppa l’autore viene depauperato del suo lavoro. Così si trova dall’essere autore al cento percento, ad esserlo al cinquanta, al trenta, al venti…

Questo meccanismo si è sviluppato negli ultimi quaranta anni. Prima si vendeva molto meno, ma tanto poco bastava a pareggiare le spese di pubblicazione che erano davvero esigue. Negli anni Trenta un libro in Italia faceva diecimila copie, Bontempelli ad esempio è un autore che avrà venduto al massimo duemila copie. Di questo nuovo meccanismo commerciale ne sono complici anche i giornali, che pubblicizzano quasi esclusivamente quegli eventi che già sono conosciuti dai lettori. Per cui se esce il best seller ha di sicuro la sua bella pagina sul giornale, visto che ha un bacino d’utenza di 500 000 lettori si dà importanza al fatto che questi lettori si trasmettano anche a quella pagina di giornale, mentre per un libro di poesia, che ha un bacino d’utenza di mille lettori, non c’è posto perché non porta audience.

Il punto non è subire l’editing. Il punto è avere il via libera dal sistema commerciale o non avercelo. L’editing da un certo punto di vista è anche giusto, ma esclusivamente se rivolto alla qualità della scrittura.

Oramai internet è un luogo dove tutto è possibile, dove puoi pubblicare qualsiasi cosa. Per cui è necessario un grande autocontrollo da parte dell’autore, altrimenti diventa una libertà negativa. Spesso siamo sommersi dalla quantità e non riusciamo ad estrapolare la qualità negli scritti in rete.

La casa editrice è un passaggio obbligatorio, poiché il conflitto è sempre utile, ti impone un ragionamento che poi sta a te decidere se ignorare o no – io generalmente non lo osservo – però ti fa riflettere sul tuo prodotto. Ad esempio ho fatto un libro nel 2005 con Rizzoli che si chiama ‘Le variazioni Reinach’, di quattrocento pagine senza punteggiatura. L’editor in questo caso mi disse di inserire qualche virgola, perché altrimenti il lettore non ce l’avrebbe fatta a leggerlo. Bene, ci sono stato un po’ a pensare, e poi alla fine le ho messe, perché l’argomento di quel libro, che è la storia vera di una famiglia ebrea distrutta nei campi di sterminio, mi sembrava che meritasse un pubblico maggiore. La leggibilità e la diffusione faceva parte del gioco. Devi percepire che l’editing migliora il libro, altrimenti è sbagliato cedergli.

Il primo romanzo (“Lo sguardo della Paura”, Leonardo 1991 n.d.cm) lo spedii un po’ alla bruta, con la dicitura: ‘gentile casa editrice’. Poi, dopo un anno, iniziarono ad arrivarmi i primi, tragici, rifiuti. Dopo questi numerosi rifiuti mi arrivò una telefonata improvvisa di Giuseppe Pontiggia, che mi disse di aver letto il testo, e di volermi proporre alla Mondadori. A quel tempo facevo l’antiquario, ed entrò in bottega, per una fortunata coincidenza, Leonardo Mondadori. Io gli dissi subito che avevo un libro in attesa nella sua casa editrice e lui, mi chiese se ne avessi una copia del manoscritto da leggere nel suo viaggio che avrebbe fatto a Capri. Inaspettatamente mi chiamò, tre giorni dopo, dicendomi che lo avrebbe pubblicato nella sua casa editrice che aveva fondato andandosene dalla Mondadori. Poi, pubblicato il primo con la “Leonardo”, è stato tutto più facile.

Pubblicare un libro con una casa editrice a pagamento non è sbagliato. Devi semplicemente essere cosciente che si tratta di un’operazione autoreferenziale, tutto qua. Un’operazione che non produce niente, perché tanto in libreria quei libri non ci arrivano. Se vuoi fare dei bei regali di Natale, ti stampi un libro che hai scritto e lo regali agli amici. È un’operazione divertente, un gioco. Come se facessi una festa in cui invece di offrire da bere offri il libro.

IMG_8027

Ci sono fior di scrittori che riescono a vivere di scrittura. Di solito se lavori nel mondo dei libri hai anche consulenze, lavori nelle redazioni di giornali e case editrici, e cose del genere, a cui aggiungi i proventi di un libro, che non sai mai quanti sono, e diciamo che riesci a vivere. Camilleri, Dacia Maraini e altri così ci campano di scrittura. Ma se tu vedi sono tutti autori che bilanciano operazioni commerciali con libri di qualità. Queste operazioni commerciali però non sempre riescono, anche per colpa degli editori che spesso vedono dei successi in libri dalle grandi firme, che poi in realtà non vendono come dovrebbero. A volte invece ci si trova davanti a dei boom inaspettati, di libri di cui neanche la casa editrice che li ha pubblicati ne aveva previsto il successo. Ma questi sono casi rari.

Mi sento aventiniano ora, non solo nello scrivere. Non vedo movimenti politici che mi rappresentano. Riesco sempre con maggior difficoltà a condividere i metodi di lotta che ci vengono presentati. Il confronto politico è scadentissimo. I politici, d’altronde, sono il prodotto della nostra società e non il contrario, questo mi fa riflettere in maniera molto malinconica. E il pubblico della politica non è diverso dal pubblico dei libri. Ad esempio, se milioni di italiani sotto Natale vanno al cinema a vedersi ‘Vacanze di Natale’, perché dovrebbero poi votare diversamente o leggere diversamente? Alle ultime elezioni  ho votato socialista, figurati. Perché sono laico e voto quelli che sono laici. Quando ero giovane votavo radicale, ma oggi non è più votabile. Ho sempre votato partiti che prendono l’uno e mezzo percento, che poi è il bacino d’utenza dei miei libri, quindi mi trovo. Quadra tutto.

La letteratura non interessa a nessuno. Mi chiedono sempre: ‘ma tu hai fretta di pubblicare?’. E io gli rispondo: ‘no, perché nessuno ha fretta di leggermi’. Scrivere, oggi, è un’attività molto snob, ecco. La nostra spinta è a farci leggere piuttosto che a leggere. E questo è sbagliato. Leggere in me produce un immenso piacere, quasi quanto quello di vedere il proprio nome stampato sul frontespizio di un libro. Io proporrei delle “scuole di lettura”, anziché “scuole di scrittura”. Se tu leggi qualcosa che ti piace, da Melville a Thomas Mann eccetera, fai un lavoro strutturalmente rilevante. Qualcosa dentro ti accade, ma devi un po’ saperlo fare.

Ora c’è questa pressione fortissima a farsi leggere, a pubblicare. Molti di coloro che ci provano vengono falcidiati appena fuori dalla trincea, ma qualcuno, anche di qualità, ce la fa. È nella legge dei grandi numeri.

Non consiglio mai a nessuno di iniziare a scrivere. Ma alla fine conta poco, scrivere è qualcosa di irrefrenabile. Non puoi opporti. Ma sai che vai incontro ad un mondo molto difficile, con pochi soldi, in cui è una continua guerra. Soprattutto oggi che mi sono accorto che le case editrici riducono di molto il rischio, cercano di andare sul sicuro, e quindi le possibilità per un esordiente sono minime. Però, è come se qualcuno mi dicesse ‘voglio innamorarmi di quella ragazza’, non potrei mica rispondergli ‘no, non lo fare’.

Io scrivo sempre storie di persone vere, raramente autobiografiche. Se mi interessa parlare di un periodo storico, di una situazione, scelgo un personaggio vero e ne parlo. Poi, cerco di far capire il rapporto tra il libro e lo scrittore che lo sta scrivendo. Cioè inserisco nella storia come il libro è stato fatto. Ad esempio nel libro sulla famiglia Reinach, racconto che ci sono io che vado in un museo e vedo delle immagini e da lì inizia tutto. Ma anche di me che intervisto persone o vado in archivio a cercare documenti, e così via… perché in qualche modo il lettore, per me, deve essere partecipe al fatto creativo. Mi sembra sciocco e superficiale raccontare solo il fatto. Voglio rendere partecipe il lettore dell’emotività che avevo io quando scrivevo il libro.

Tendenzialmente fare lo scrittore può essere un buon modo per rimorchiare. Ma soprattutto lo scrittore acquisisce una grande capacità dialettica, tale da fuoriuscire indenne dalle controversie. Potresti convincere la tua ragazza che non le hai messo le corna, ad esempio, o cose così. Ma questo è un mondo che non mi appartiene più, sono sposato da venticinque anni, ormai…

IMG_8072

Collettivomensa ascolta Gabriele Frasca

6 ott

3302835135_0eb74e1c41

Non mi sento underground. Penso che la situazione italiana sia tale che è l’Italia che è underground , l’Italia è  sepolta o sicuramente si sta progressivamente seppellendo, si sta staccando dall’Europa, si sta staccando dall’occidente. Sta diventando una nazione molto piccola, piccola anche intellettualmente, anche culturalmente. E’ una nazione che si sta chiudendo in  se stessa, nella sua piccola realtà campanilistica e autoreferenziale: sia a livello politico che letterario. Credo che il problema sia partito inizialmente a livello culturale e poi si sia esteso a livello politico. E’ come se l’Italia fosse stata berlusconiana prima di Berlusconi. Berlusconi slatentizza un sintomo che è ben presente in Italia da tempo. L’Italia ha sempre avuto una passione per i capetti – i nostri piccoli capi, i nostri piccoli dittatori, che alla fine sono delle macchiette. Tutti i dittatori cercano di essere delle macchiette: quello che piace alle persone è probabilmente proprio questo. Una persona non si identifica con un personaggio inarrivabile, si identifica sempre con un personaggio mediocre; il pensiero che ne scaturisce è: “se lui ce l’ha fatta, ce la posso fare pur’io”.

Il mio rapporto con l’editoria è ambivalente. Mi trovo a lavorare sia per la piccola editoria che per la grande editoria, come per esempio può essere per Einaudi e in questo caso parliamo proprio del nemico perché Einaudi ormai è Berlusconi. Per altre cose, invece, cerco disperatamente di trovare altri editori e di lavorare in una maniera diversa per rifuggire alla massificazione che è inevitabile nel caso della grande editoria.

Il mio lavoro per Einaudi mi lascia totale libertà ma soltanto perché mi occupo esclusivamente di due settori particolari. Uno è la poesia. La poesia non vende e quindi sulla poesia non intervengono anche perché sarebbe inutile visto che il più delle volte le poesie non si capiscono. Il secondo sono le traduzioni beckettiane e lì si tratta di un’opera che già esiste e quindi non si può bloccare.

Credo, invece, che scrittori che lavorano per Einaudi, come ad esempio i Wu Ming, abbiano dei problemi ben più seri; penso che loro debbano rimanere per forza su un target, non potrebbero mai scrivere una cosa diversa da come la scrivono. Volendo metterla su questo piano, i Wu Ming si sono venduti da subito. Quando lo dico non ho un preconcetto morale: penso che in Italia molti autori che sono stati considerati particolarmente d’avanguardia avevano già un’idea molto precisa di entrare in certe condizioni nella grande editoria e quindi avevano l’idea di vendersi già da prima. Un esempio in particolare potrebbe essere tutto il “Gruppo ’63”. Il “Gruppo ’63” ha lavorato per entrare, anche se loro dicono per entrare e cambiare, io dico che non hanno cambiato nulla se adesso pubblicano quello che pubblicano. Il fatto che, adesso, gli autori di punta del “Gruppo ‘63”sono la cosa più lontana dal loro progetto iniziale significa che, evidentemente, non sono entrati per cambiare, ma sono entrati per entrare.

Sul New Italian Epic debbo dire che a me sembra soltanto una presa per il culo. Uno studio recente ha dimostrato che in Italia esistono soltanto ottocentomila grandi lettori: ottocentomila persone vuol dire uno stadio italiano, non vuol dire chissà cosa. C’è di più: per “grandi lettori” in Italia si intendono persone che comprano cinque libri l’anno. Cinque libri l’anno potete ben immaginare di quali autori saranno: Faletti, Vespa, eccetera. Sorge, evidentemente, un problema. Il discorso di andare verso il “pop” è sbagliato, se i grandi lettori sono solo ottocentomila e comprano solo cinque libri l’anno, anche gli autori di successo in Italia magari potranno riempire un rave, ma non possono più di questo. Io, nel mio caso, posso riempire una festa, perché non sono un autore particolarmente di tendenza. Ma anche quelli particolarmente di tendenza possono riempire un rave, non vanno al di là di un rave, quindi è un falso. Io ho l’impressione che in questo modo, anzi, si disabituano coloro che frequentano i rave, che, invece di sentirsi un po’ di sana musica techno avanzata, sentono della disco dance anni ’70.

Il discorso sulla grande editoria può andare in parallelo con il sistema televisivo. “Le Iene” o “Striscia la Notizia” lavorano chiaramente per il governo, è bell’ evidente. Poi possono anche divertire, non è che se lavori per il governo non puoi essere divertente. Ma far apparire divertente il potere è una cosa gravissima. Perché col potere che abbiamo attualmente in Italia,così straccetto e straccione, c’è poco da ridere. Io sono contro la satira, sarei più per un po’ di serietà.

Ho scelto di non fare lo scrittore di professione, perché altrimenti non sarei stato libero, però, ovviamente, faccio il lavoro più vicino a quello dello scrittore, cioè insegno.

Un artista che fa l’artista come unico lavoro può vivere solo in dipendenza da quanto è grande il mercato al quale si propone. Prendiamo l’esempio di un grandissimo romanziere americano che vive solo del suo lavoro, sto parlando di Thomas Pynchon. Pynchon non soltanto può scrivere i suoi libri difficilissimi, ma può anche permettersi di non apparire, di essere completamente ritirato e quindi di non partecipare allo star system, perché, come sapete, di Pynchon non si sa nulla, c’è soltanto una fotografia di quando era giovanissimo dopodiché non si sa nulla. Pynchon vive soltanto con i proventi delle vendite dei suoi libri: questo perché il mercato americano è vastissimo. Il mercato di letteratura in lingua inglese è talmente vasto che anche questi autori che scrivono in maniera difficile hanno la possibilità di vivere del proprio lavoro. In Italia non è così: in Italia o fai Moccia o devi fare anche qualcos’altro. Nel discorso delle arti figurative penso che il mercato sia tutto dettato dalla critica, che il più delle volte non capisce granché, non è che i critici italiani brillino per arguzia. Penso che sia un sistema tutto molto drogato. Io credo che l’artista che vuole continuare a fare il proprio lavoro in maniera seria deve farlo senza scendere a compromessi e poi per vivere deve fare altro. Io insegno e quindi ce la faccio. Non cerco il diritto d’autore, anche perché, personalmente, sono contro il diritto d’autore.

Il problema sorge per coloro i quali vivono proprio di diritti d’autore. Questo problema me lo pongo in quanto sono un grande appassionato di musica e anche di musica rock. Me lo pongo quando si tratta dei miei gruppi preferiti, dei quali io tendenzialmente cerco di non piratare mai la musica. Perché amo moltissimo i miei gruppi e quindi faccio questo tipo di ragionamento: “ok, parte dei miei soldi voglio darli a loro”. O almeno credo, perché questo discorso è vero fino a un certo punto. In realtà questi copyright tutelano gli editori e non gli autori – stesso discorso per le case discografiche. Questo è il motivo per cui alcuni musicisti si sono fatti con molta difficoltà la loro etichetta, cambiando un po’ le regole del gioco, perché altrimenti loro si trovano ad essere letteralmente affamati dalle case discografiche che, invece, prendono un sacco di soldi. Bisogna quindi trovare un po’ delle forme alternative. Certo ai concerti un po’ di soldi te li fai, ma è anche faticoso. I musicisti che amo io sono tutti sessantenni, come ad esempio i King Crimson che hanno tutti superato i sessanta: come fanno a campare?

Per l’università vale lo stesso discorso che ho fatto per l’Italia, cioè che è stata berlusconiana prima di Berlusconi. Adesso c’è uno scontro in atto tra il governo e l’università o, se vogliamo dire, contro la cultura in generale, perché la cultura viene sempre vista come qualcosa di pericoloso, poiché sviluppa il pensiero critico. E’ chiaro che c’è uno scontro, però, come sempre, tutti gli scontri sono tra bande rivali, io questo lo so bene perché vengo da una città fortemente radicata nella malavita com’è Napoli. L’università a me andrebbe anche di difenderla, perché credo nel valore della cultura, credo nella possibilità di consegnare qualcosa alle generazioni successive, ma non posso non ammettere che l’università sia tendenzialmente un luogo malavitoso. E’ tutto taroccato, è tutto truccato. Lo scontro in atto tra governo e università è una lotta tra poteri, non a caso poi si scambiano colpi tra di loro e ognuno accusa l’altro di essere un “potere”. In realtà il potere con la P maiuscola non è mai esistito,esistono tanti poteri che creano un organo paragonabile al cervello, che come tale funziona con tutti i neuroni che si incrociano e cambiano costantemente, perché il nostro cervello cambia costantemente le sue sinapsi, è sempre quel cervello ma è ogni volta diverso. Il potere è così: un insieme di micro – poteri.

La via che io, di fronte a questo scenario, proporrei è quella della consegna. Credo che sia importante consegnare ad altri questo discorso che sto facendo adesso, consegnarlo e quindi farlo vivere. C’è un romanzo italiano come “Le confessioni d’un italiano”, che è molto bello, però mi rendo conto che è un romanzo molto lungo che pochissimi leggono. In questo romanzo Ippolito Nievo, che scrive prima di partecipare alla Spedizione dei Mille in cui morirà, si immaginava non a caso un personaggio di ottant’anni perché voleva attraversare tutta una fase delle rivoluzioni mancate, a partire dalla rivoluzione francese. Questo personaggio è arrivato a ottant’anni, c’ha provato, c’ha provato con la rivoluzione francese, c’ha provato con la rivoluzione del venti, c’ha provato sempre, ma non c’è riuscito, però scrive quelle memorie perché vuole consegnare questa conoscenza alle generazioni future, nella speranza che un domani qualcuno ce la possa anche fare.
Quando Nievo scrive quel romanzo lui è convinto che il progetto unitario sia fallito, come al solito le cose succedono all’improvviso, lui non si aspettava che poi ci sarebbe stato il ’59 e il ’60. Lui è convinto, dopo il fallimento del ’48, che ormai la reazione non si possa più fermare, che non ce la si possa più fare: è da questa idea pessimista che scrive il romanzo.

Io penso che tutti noi abbiamo sempre la sensazione del “non ce l’abbiamo fatta e non ce la faremo”, ma dobbiamo continuare a cercare di farcela, bisogna lasciare ad altri questa possibilità. Bisogna soprattutto fare in modo che ci siano altri che siano “fuori strada”, garantire per ogni generazione un gruppo di persone che siano “fuori strada”, che non rimanga allineato, che non si allinei al potere. Se si riesce a garantire questa vitalità magari prima o poi le cose possono anche cambiare.

La scelta che ho fatto con questo romanzo è una scelta molto radicale . E’ un romanzo che sta uscendo a puntate, più o meno nel periodo in cui lo scrivo, ma solo per i sottoscrittori. Ho spolverato una vecchia abitudine del settecento, del settecento inglese, per cui i romanzi si scrivono per coloro i quali l’hanno già comprato in anticipo perché si fidano di te. Questo metodo funziona perché in questo modo si abbatte tutto: non ce ne frega delle librerie, non ce ne frega della distribuzione e non ce ne frega neanche del recensore. Possiamo fare a meno di tutti questi ostacoli. C’è un gruppo che ti segue, che effettivamente si aspetta qualcosa da te, ti sta chiedendo delle cose e tu ottemperi quelle aspettative: questo mi sembra bellissimo, però il mio è un tentativo, soltanto un tentativo.

gabriele frasca

Collettivomensa ascolta Giorgio Vasta

1 ott

In Italia nei confronti della cultura prevale un atteggiamento non dico di sospetto ma sicuramente di difficile messa a fuoco di che cosa effettivamente sia: nella maggior parte dei casi si considera la cultura come un qualcosa di decorativo, di ornamentale.

Un esempio lampante è il fatto stesso che nei giornali e nei telegiornali la troviamo sempre in relazione allo spettacolo: “Spettacolo e Cultura”. Questo dà già l’idea di come venga collocata nella zona dell’intrattenimento puro e semplice, ma è un tipo di intrattenimento che non ha la stessa forza economica, la stessa forza commerciale dello spettacolo propriamente detto, come quello televisivo e cinematografico. La cultura, quindi, si trova in una specie di terra di nessuno, in un luogo non identificato, diventa una specie di ghetto difficile dello spettacolo ed è poi questo il modo in cui viene recepita. Altrove, all’estero c’è un credito maggiore per chi lavora con la scrittura o con la narrazione  in generale, un credito come credibilità ma persino dal punto di vista economico.

Io con la pubblicazione di un libro non ci vivo, vivo con mestieri che hanno a che fare con la scrittura, come l’editoria. Nel mio caso, io non potrei vivere di scrittura intesa come pubblicazione di un libro perché non firmo contratti tali da farmi passare due anni in tranquillità: a stento riuscirei a fare due mesi, credo. Ma questo non mi dispiace ed è anche la ragione per la quale dopo il primo libro ho scelto di restare con un editore medio – piccolo come Minimum Fax, contento per le proposte arrivate da altri editori, consapevole del fatto che avrebbero potuto offrire di più, ma mi interessa il percorso dentro Minimum Fax e il fatto che io non debba vivere con un libro. Il lavoro editoriale è quello che mi fa campare, poi c’è la scrittura di un libro. Ma non sono ricattato dal libro, non sono costretto a scriverlo perché se no non so come far quadrare il bilancio l’anno successivo.

Se noi guardiamo una certa zona della letteratura italiana, noi vediamo che ci sono autori seriali, nel senso che serializzano la propria produzione, e annualmente devono uscire con un nuovo libro, come se ci fosse una specie di spada di Damocle che governa le loro azioni e non c’è più una scelta, loro devono scrivere un libro all’anno perché c’è un contratto organizzato in un certo modo e si deve fare in quella maniera. Ma lì è più una questione di economia di tempo. A parte il fatto che può anche capitare che autori indotti a pubblicare un libro all’anno facciano dei bei libri, così come può anche capitare che un autore pubblichi un libro ogni cinque anni e che sia brutto. Ci sono orologi interni di ogni autore e ogni autore decide come gestire il funzionamento di questi orologi con un suo interlocutore che è l’editore.

Io mi sento libero non tanto rispetto a qualcun altro, ma rispetto al rischio di un orologio esterno, un tempo esterno che detta il tuo lavoro. Per dare un’idea: quando ho consegnato alla casa editrice “Il tempo materiale” era il settembre del 2007, il romanzo è uscito nell’ottobre del 2008, cioè sono trascorsi 13 mesi dalla consegna del libro alla sua pubblicazione. Di certo non sono trascorsi nell’immobilità, sono trascorsi nella riscrittura del testo, perché a quel punto mi sono accorto che avevo bisogno di tempo. Si è fatta una prima ipotesi di pubblicazione a maggio del 2008, ma ho dovuto rimandare tutto ad ottobre per bisogno di altro tempo. Questo per un editore come Minimum è un problema perché è una casa editrice che pubblica una trentina di libri in un anno, di questi ha solo sei italiani in un anno, e quindi se sono cinque o quattro la differenza è notevole.

Il mio rapporto con l’editing è particolare, io mi trovo in tutti e due i ruoli, lavorando come editore mi trovo da tutte e due le parti. Ci sono tantissime discussioni, polemiche rispetto all’editing. L’editing che ho fatto io da autore, ed è l’editing che provo a proporre nel lavoro editoriale, è sostanzialmente conversazione critica, che non prevede nemmeno l’esistenza davanti a me e all’altra persona del testo, non è nemmeno lontanamente una forma di addomesticamento del libro, cosa che tra l’altro non mi interessa. Perché sì il desiderio è che il libro venga letto, ma non che venga letto in maniera fraudolenta da tutti, ricorrendo a dei trucchi, nascondendoglielo in tasca alle persone attraverso una forma drammaturgica o stilistica il più possibile rassicurante. Mi interessa che sia letto da quelli che sono i lettori di quel libro, se sono cinquemila o diecimila dipenderà da loro, ma a me interessa che il libro arrivi in maniera leale.

Prendiamo in considerazione il lavoro che hanno fatto alcuni editori. Un esempio per tutti: Einaudi, che come grande casa editrice deve far attenzione a questioni di fatturato. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio della decade successiva c’è stato un autore straordinario come Matteo Galiazzo che per sua scelta al terzo libro ha smesso di pubblicare e oggi scrive manuali per l’informatica, in modo del tutto volontario, è lui che non vuole fare libri. Matteo Galiazzo esordisce a 26 anni con “Una particolare forma di anestesia chiamata morte”, una raccolta di racconti e poi fa altri due romanzi. Einaudi nel suo caso (come nel caso di altri scrittori, come ad esempio Franco Stelzer) sapeva perfettamente che quelli non sono in alcun modo libri che possono essere piegati anche con il miglior marketing, con il miglior lavoro di ufficio stampa, ad una commercializzazione ampia. Li ha pubblicati e si è messa nella condizione di tenere questi spazi vivi, attivi, pubblicando libri che faranno tremila, quattromila copie, che sono un buon risultato ma non sono un buon risultato per Einaudi. Rispetto ai rischi dell’editing, rispetto al dialogo tra redazione di una casa editrice e ufficio commerciale di una casa editrice, augurandomi sempre che non sia l’ufficio commerciale a prendere il sopravvento, la mia preoccupazione è che queste riserve, questi spazi indispensabili possano ridursi particolarmente. Già hanno una loro contrazione perché si torna non all’insensibilità delle redazioni, ma ad un certo tipo di protervia degli uffici commerciali. Vengono dettate delle linee, si chiede un certo tipo di redditività ai libri e

bisognerebbe sempre tenere a mente che è di un libro che si sta parlando, e non gli puoi imporre di essere per tutti.


Non è una questione di snobismo o di elitarismo. E’ una questione fisiologica, naturale: un libro deve riuscire a raggiungere i suoi lettori. Pensiamolo in ambito cinematografico, dove è molto più evidente. Pensiamo ai moltissimi film che arrivano dall’estero e ai quali la distribuzione italiana impone dei titoli intenzionalmente fuorvianti, come ad esempio è successo per “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” di Gondry tradotto con “Se mi lasci ti cancello”. Questo film è molto indicativo: è un film che ha portato al cinema un pubblico sbagliato, ovvero un pubblico di adolescenti che con questo titolo e con Jim Carrey credevano di andare a vedere un certo tipo di film e ha lasciato fuori quello che invece era il pubblico elettivo di questo film. Quella è stata una bassezza della distribuzione.

Provare a essere il più possibile leali nella proposta di un film o di un libro, in condizioni ideali, è quello che dovrebbe premiare.

Pensare agli autori come arrivisti passivi, che cercano solo rampe di lancio per potere poi arrivare in tutte le case, per essere il più possibile visibili è sbagliato. L’autorialità non riguarda solo la scrittura di un libro. Un autore è autore anche di una serie di scelte che hanno conseguenze politiche, intendo dire di politiche di rapporti, di idea di mondo. Partendo da questo si può anche ammettere che si vogliano condividere dei percorsi, si sa che non si faranno centomila copie, se ne faranno diecimila, non si guadagnerà chissà che cosa,  però il prodotto avrà un valore, inteso come quello che arriva alla fine, il risultato. Ma il processo è quello nel quale io esisto in relazione agli altri, nel legame e nel dialogo con le persone della casa editrice e per me salvaguardare il processo è fondamentale.

L’editoria non è una scienza esatta


L’editoria non è un luogo nel quale sommando una serie di scelte che sembrano essere perfette si arriva a un risultato perfetto. Si può compiere un percorso nel quale si è stati prudentissimi, si è fatto tutto quello che si voleva e poi i risultati non arrivano. Si può essere meno attenti, meno consapevoli, e si arriva lo stesso a qualcosa di buono. Se l’autore non accetta la propria passività diventa un interlocutore, l’autore dovrebbe sempre essere un interlocutore forte, dovrebbe saper parlare, saper dire di no, tanto quanto deve essere in grado di ascoltare e accogliere i suggerimenti che gli servono. Ci sono compromessi depressi, schiaccianti verso il basso, e invece ci sono una serie di compromessi che sono pura, intelligentissima strategia. Ad esempio un autore fluviale, impetuoso e straordinariamente bravo, di cui non dirò il nome, nel dare forma ai suoi libri sa che deve prevedere una quota di scrittura che l’editor gli proporrà di togliere di mezzo e allora preventivamente mette delle pagine che sono quelle che poi lui anche con una certa sofferenza accetterà di togliere.

Se non consideriamo gli anni del liceo e dell’università che erano molto più indefiniti, mi sono ritrovato ad avere a che fare con la scrittura, l’editoria e cose di questo genere dai 26 anni in poi. Ma non ho avuto la sensazione di essere tagliato fuori da qualcosa, di dover spingere in una certa direzione. Il mio rapporto con l’underground è un rapporto del tutto normale. Mi trovo ad incontrare l’underground in diversi ambiti sia letterari che cinematografici, con una certa naturalezza, non è qualcosa che devo inseguire. Probabilmente usare la rete, trascorrere parecchio tempo in rete, mette nelle condizioni di avere a che fare con stili e forme di produzione che sono alternative a quelle mainstream, con le quali è più semplice e quasi inevitabile entrare in contatto. Il grado di libertà ma ancora più di agilità per un certo tipo di lavoro, ad esempio per il fumetto, in Italia è molto diverso rispetto a quella degli stati uniti, dove è possibile trovare senza troppa fatica distribuzione e commercializzazione con i propri mezzi in librerie con commercializzazione mainstream. A New York mi è capitato di trovare librerie con pareti intere di fumetti autoprodotti che stavano accanto a quelli degli autori più noti, più titolati. Vivendo in una condizione di normale ricerca di materiale, di scrittura, avere a che fare con l’underground è uno dei luoghi più normali. Io non ci sono passato dall’underground se non per quanto riguarda la scrittura in rete come con Nazione Indiana, ma non so quanto si possa considerare underground un blog come Nazione Indiana.

Sono andato via da Nazione Indiana perché con una metafora quando si butta un sasso in uno stagno si producono cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua, e la Nazione Indiana era quella dei primissimi cerchi, aveva fatto impatto ed era entrata nello stagno. Poi è naturale che con il tempo questi cerchi si sono andati allargandoci ma io avevo perso contatto con quella che era stata l’idea di partenza e con quel desiderio di condivisione forte, non semplicemente dato dal fatto di essere quindici, venti redattori che possono pubblicare su quella piattaforma. Di recente da qualche mese a questa parte esiste un blog letterario che si chiama “minima et moralia” che è in qualche modo legato a Minimum Fax del quale faccio parte con Nicola Lagioia, Cristiano de Majo ed altri e in questo caso non è certo l’elite dell’underground, per la quantità delle visite e dei commenti, però è il ritornare a quello che era stato Nazione Indiana all’inizio.

Collettivomensa ascolta Moresco

30 set

IMG_8160

Ho sessantun anni, ho il mio pubblico, pubblico con editori grossi eccetera, ma non è che mi percepisca come uno scrittore di punta, visto che faccio la vita che facevo prima, ricevo un numero molto ridotto di telefonate, la mia cassetta delle lettere è sempre vuota. Non è come se non fosse successo niente, per carità, perché qualcosina è successa in questi anni, riesco a pubblicare libri che prima non riuscivo a pubblicare,

ma mi sento come uno che deve ancora camminare. Vorrei fare di più, dare di più.

Ho pubblicato il mio primo libro a quarantacinque anni, e fino ad allora non ho pubblicato una riga neanche sull’ultima sconosciuta rivistina. In giovane età mettersi insieme e fare una rivista, anche se marginale o semisconosciuta, è una cosa molto superiore a quello che è successo nella prima parte della mia vita. La mia vita, lo dico senza vergogna, è stata un casino. Dentro di me so le lotte che ho fatto, so quanto ho sofferto prima di riuscire a pubblicare un libro per un grande editore, prima di pubblicare una rivista assieme ad altri amici scrittori. Io me lo sognavo di scrivere un articolino anche nell’ultima rivista per notorietà o visibilità che c’era in Italia, per cui non disprezzate questo mondo anche se ancora poco visibile al grande pubblico. E io c’ho provato a pubblicare, certo che c’ho provato, ma non mi han voluto neanche sull’ultima rivistina quindi

vorrei dire di giudicare in una maniera non liquidatoria questo mondo sommerso, di riviste, autoproduzioni eccetera.

Dio bono, quando avevo 21 anni me n’ero andato in un paese che si chiama Cinisello Balsamo, non avevo l’allacciamento della luce perché non avevo come pagarla, avevo le candele sul tavolo, mi sono buttato nella politica, ho iniziato ad andare in giro per l’Italia, e per dieci anni ho fatto solo delle cazzate. Che poi non sono cazzate in tutto e per tutto, intendiamoci, ho fatto le cose in cui credevo, ho dato l’anima, ho rischiato. E non voglio dire che me ne pento, per carità, soltanto che ho buttato via dieci anni della mia vita rispetto a quello di cui ho vissuto dopo. Giravo di città in città, per fare la rivoluzione.

Campavo come potevo. Lavoravo nelle fabbriche, nelle officine, in nero.

E quando sono arrivato a trent’anni  – con mia moglie e la bambina piccola che ha girato con me per tutta Italia – ho realizzato che tutta la mia vita era stata un disastro, un fallimento, a un certo punto ho trovato questa zattera dello scrivere ed ho iniziato. Poi ci sono voluti altri 15 anni per trovare un editore importante. C’ho messo tanto tempo per trovare la mia strada. Per cui una persona che a vent’anni anni fa una rivista che seguono cinquanta persone, che non è un cazzo, sta di sicuro cercando la sua strada. Ed è più avanti di me, di quello che ero io alla vostra età. Di sicuro è così.

Oggi sembra che chi è visibile è un essere umano, chi non è visibile non esiste.

Come se fosse una non persona, non è così. Perché so per esperienza che quello che succede sotto terra, nella zona di non visibilità, è una cosa che ha uno sviluppo, una credibilità. Bisogna partire, darsi da fare in tutti i modi, emergere dal basso. Tutti quelli che partono subito coptati, lanciati, non è detto che siano i migliori.

Anzi, quello che trova un’ immediata accettazione, non fa attrito, entra in un circuito commerciale come un dejà vu e quindi viene imposto al pubblico, e da esso riconosciuto e accettato a prescindere. E perde inevitabilmente di contenuti.

L’underground è il posto in cui ho vissuto fino a più di metà della mia vita, visto che ho 61 anni e non penso che creperò a 90 anni. Se nell’underground ci stai dentro come uno sfigato, sei fottuto. Io anche quando ero nella merda più assoluta non mi sono mai sentito uno sfigato. Anche se secondo tutti i parametri ero un deficiente. Per cui il fatto che uno occupa un posto, molto basso, non vuol dire che sia basso lui, né che lo sarà sempre, cazzo.

IMG_8159x

L’editoria è il regno della lotta, è il regno del buio, è il regno del conflitto perché l’editore nella stragrande maggioranza dei casi è un mercante, e quindi cerca ciò che fa vendere. E fa vendere quello che la gente ha già nell’orecchio, che conosce già. E non certo lo scrittore che porta rottura.

Io non mi sento uno strumento commerciale. No cazzo. Non sono io che sono sceso a patti. Sono stati gli editori a venire da me. Non sono io che ho cambiato il mio modo di scrivere, infatti ci ho messo quindici anni a pubblicare perché scrivevo in un certo modo. Mi dicevano ‘la gente si spaventa, vuole argomenti più facili, che non fan paura’ e io non è che mi sono messo a pubblicare un gialletto del cazzo. E ora che pubblico con grandi case editrici non caccio certo libri facili o accomodanti, vedi Canti nel Caos, che non lo è di certo. Anzi, ora posso pubblicare cose sempre più spinte, con sempre meno problemi.

Il consiglio ai giovani autori è quello di non scendere mai a compromessi. Poi, certo, dipende da cosa uno vuole. Se uno vuole uno status, vuole essere riconosciuto come figura pubblica allora uno pubblica quello che gli chiede l’editore. Entra in quel circolo commerciale e sta bene. Il problema lì è di autostima.

Occorre semplicemente credere in se stessi e nelle proprie capacità. Poi se uno è toccato anche in tarda età, come è successo a me, da un minimo – rispetto almeno ad altri scrittori commerciali – di visibilità non vuol dire che l’ha toccato la medusa e l’ha pietrificato. Cioè, se io conoscevo Van Gogh un anno prima che crepasse e vedevo i suoi dipinti, e dicevo “ah cazzo, sono meravigliosi” , non è che dopo la sua morte, quando si è trovato in un giro di visibilità e commercialità più allargata, la sua opera è diventata un’altra cosa. Una cosa brutta. Questo vuol dire vedere la realtà con gli occhi pietrificanti dell’industria, che ogni cosa che tocca la rende morta. Non è così. Non è che le poesie di Rimbaud sono un’altra cosa perché me le pubblica Feltrinelli. E questo discorso mi sento di applicarlo anche agli autori in vita. Invece c’è una sensazione comune che appena la grande editoria tocca qualcosa di buono, questo qualcosa muore.

Poi io avendo avuto una rincorsa così lunga di questo discorso in realtà me ne sbatto. Tanto lo so come sono andate le cose. Lo so che non sono io che sono cambiato. Che sono stati gli editori ad un certo punto a dire: ‘sentiamo cos’ha da dire questo qua’. E in questo caso la mia fermezza ha pagato. Io potevo crepare dieci anni fa e non vedere niente di tutto questo. Il mio è stato un rischio. Ma sono convintissimo che ciò che ci piace, come ci piace, è l’unica cosa che nella vita non si può svendere. Cosa cazzo me ne frega a me, di raggiungere il grande pubblico. Io voglio raggiungere l’altro, certo, ma su un qualcosa che mi avvicina a lui. Non ho bisogno di prenderlo per il culo mettendomi a scrivere un gialletto così lui mi legge e io vado a finire sui giornali con la mia faccia di cazzo. E tutti a dire ‘guarda questa bella faccia di cazzo’. No, non mi interessa.

Non per questo mi sento uno scrittore di rottura. Io sono stato descritto come uno scrittore difficile, illeggibile, fastidioso perché troppo eccessivo. Ma dentro di me non mi sono mai percepito così. A me pare di aver detto le cose nell’unico modo in cui è giusto dirle, tutto qua. Perché se non facessi così non riuscirei a rappresentare la realtà che ci circonda, che naturalmente non è la stessa di cinquant’anni fa. Se devo entrare nel mondo di adesso, negli elementi portanti della contemporaneità, cioè nell’economia, nella pornografia, non è che posso stare in poltrona a guardarle, devo andarci dentro fino infondo. E molta gente il mio punto di vista lo capisce, c’è gente che capisce immediatamente le cose come cerco di dirle. E anche loro le vivono così. Per loro sono un fratello. Con loro non posso sentirmi uno scrittore di rottura. Poi certo, per il benpensante che legge la mia roba dice: ‘che schifo, che orrore’, per loro sì che sono uno scrittore di rottura. Ma in realtà a questa cosa non ci penso più di tanto.

Quando non mi pubblicavano la gente mi diceva: tu devi avere un lettore preciso in mente, e scrivere per lui. Questo è esattamente il modo per prendere per il culo le persone. Non me ne frega un cazzo di creare dei tipi astratti di lettori e dire: ‘io scrivo per quello’. Nel partire da me stesso, nello scrivere per me stesso, non faccio un gesto di arroganza e di presunzione dicendo: ‘non me ne fotte un cazzo dell’altro’, anzi mi metto in gioco in tutto e per tutto nella speranza di trovare un lettore che come me ha bisogno di scendere nel profondo di se stesso. E ci veniamo incontro. Ma è un incontro su cui non si basa la mia scrittura. È un incontro che avviene dopo.

Lo scrittore deve avere la fortuna di trovare una fessura, nella macchina editoriale. Una fessura rappresentata da una persona fisica. Perché le persone in carne ed ossa fanno la differenza. Non è che sono delle macchina impersonali. Bisogna avere la fortuna e l’intelligenza di intercettarla e di incontrarla. Per me questa persona è stata Giulio Bollati. È lui che ha creduto in me. Nel mio ennesimo libro mandato agli editori per posta, perché non conoscevo nessuno. Bollati – personaggio importante, anziano, collaboratore di Einaudi – ha accettato con entusiasmo di pubblicare un libro che per quindici anni era stato rimbalzato anche da case editrici molto meno importanti della sua. E se io non avessi avuto la fortuna di incrociare quella persona, magari ancora adesso sarei ancora inedito. Ma anche dopo che sono usciti i miei libri, ho potuto continuare a pubblicare perché ogni volta sono riuscito ad intercettare una persona fisica – prima alla Feltrinelli poi alla Mondadori – che hanno fatto la differenza. Il mondo è vivo, nel bene e nel male. Non è un blocco unico. Anche se l’editoria ha delle logiche che sono quelle commerciali, di fruibilità, che con me non c’entrano un cazzo, infondo è una macchina fatta di persone. Una macchina in cui va creato un corto circuito, è questa anche la bravura dello scrittore.

Sono uno dei fondatori di Nazione Indiana, per cui mi dispiace molto parlarne male, anche perché sembrerei uno che se la tira, uno snob, uno che li giudica eccetera. Diciamo che ultimamente, con altri autori che sono usciti come me da Nazione Indiana, volevo qualcosa di diverso. Volevamo fare una battaglia più radicale contro la restaurazione. Di fatto noi abbiamo iniziato dicendo: ‘è in atto una restaurazione totale, in tutti i campi, nella politica, nella religione, ma soprattutto culturale’.  E da questo siamo partiti. Da questa affermazione è nata Nazione Indiana. Ad esempio l’esplosione del giallo, della letteratura di intrattenimento è una forte restaurazione in atto nella letteratura. Cioè non si vuole che nella letteratura possa esplodere qualcosa che vada al di fuori delle logiche di fruibilità e commerciabilità. Ma a un tratto l’impressione era che al grosso di Nazione Indiana non interessasse altro che fare una vetrina in rete, dove pubblicare i propri iscritti e sfruttare la visibilità del sito per fini personali. A molti non interessava proprio mettersi in gioco in questa battaglia, per altri il problema è stato che se si fossero esposti in questa lotta avrebbero avuto problemi con gli editori. E infondo non è vero. Perché io che ho continuato a dire queste cose contro la restaurazione, oggi pubblico su Mondadori. Per cui, calarsi le braghe, come hanno fatto molti di loro, non è neanche lungimirante.

Il mio istinto mi dice di non votare, ma non me la sento. Per cui alle ultime elezioni ho votato, per coscienza. E non ho votato PD.

IMG_8134x

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.