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Dreadlock! – Intervista a Jacopo Nacci

5 feb

Lo sai cosa mi piace? Dreadlock! è una storia che se la racconti al bar la gente si mette a ridere: Matteo, uno studente bolognese, che fuma i cannoni e diventa Dreadlock un supereroe alto due metri, “che cazzo di storia è”? Gli studenti, Bologna, la ganja, tutto risponde all’idea di prendere un immaginario che ha delle potenzialità enormi, ma che è stato sempre sfruttato male perché o non capito o banalizzato. Volevo che fosse proprio così: una cosa che se te la raccontano ti metti a ridere, poi la vai a leggere e ti prende un colpo, perché non fa ridere per niente. Ecco, m’interessava far sentire lo scarto.

Non so se il supereroe è intrinsecamente fascista, ma può darsi. Innanzitutto è un superuomo, poi sfrutta la delega. Agisce al di fuori della legge – o al di sopra della legge rappresentandola ma in qualche modo uscendo dall’ordine astratto delle regole. Cioè è un argomento a uomo. Paradossalmente il supereroe è la legge ad personam perché quando lo contesti non contesti la giustizia o meno delle sue azioni: è già ingiusto che ci sia. Contesti la persona. È berlusconiano, protagonista di una cultura per tifoserie. Però mi piaceva provare a vedere se potesse essere altrimenti, se il supereroe non fosse un di più piramidale che si pone al di sopra, ma fosse un’esalazione, non un di più. Non semplicemente massa/eroe, ma una sublimazione di massa nell’eroe. Uno spirito di alcuni determinati valori che emerge da una circostanza, da un contesto, da una situazione, come se fosse richiamato. Non penso nemmeno che Dreadlock viva obiettivamente e pacificamente la condizione di supereroe. Non è il tipo, insomma.

Il fatto è che Dreadlock è un supereroe se lo vedi da fuori e secondo i nostri canoni. Ma se lo guardi da dentro, senza applicare la lettura supereroe, è un mistico e basta. Quindi di conseguenza è una persona che ha dei poteri che infondo abbiamo tutti. Non faccio un discorso new age per cui “i nostri poteri cerebrali…” no, parlo della capacità di manipolare e interagire con gli elementi che è quello che facciamo tutti i giorni da quando nasciamo a quando moriamo. E quindi non doveva sputare i raggi laser dagli occhi, ma semplicemente essere una persona che fa più profondamente ciò per cui qualunque essere umano è portato.

È una compulsione quella di Matteo. Entra in loop. Io soltanto come Dreadlock mi realizzo, ma siccome quando c’è Dreadlock non ci sono io, tendo compulsivamente ad entrare in loop. Ma è una cosa che in realtà mi sembra molto reale come meccanismo nel quale una persona può entrare. È il meccanismo di tutte le forme di dipendenza o di akrasia: il compulsivo trova la libertà proprio in ciò che in realtà lo rende schiavo. Ci sono cose negative che accadono perché il mondo sta scoppiando, ma ci sono cose negative che accadono perché, forse, Matteo non è in grado di risolvere un rapporto di crescita, di accettazione e di apertura al mondo, di perdersi in favore dell’accettazione della realtà esterna.

Il libro ha una struttura all’Ultimo combattimento di chen, come un gioco a più livelli, con il mostro finale: il comico. Il comico è un Joker provinciale. È un tamarro di compagnia bolognese che cerca di fare il Joker. È veramente un maranza che sta al bar e fa quello più matto, in realtà è banalissimo e assolutamente conformista, però davanti agli amici fa quello matto, poi magari per gli amici è semplicemente quello scemo, non quello matto. M’interessava un personaggio piccolo. La banalità più banalità che però quando diventa potente comincia a diventare un problema. Il male vero è l’incoscienza, l’assenza di spessore di questo personaggio, che è la cosa che forse fa più paura.

La sua minaccia non viene raccontata. Prima pensavo che lo facesse per provocare il caos per avere in risposta la repressione, – la reazione tipica da terrorismo fascista. Poi invece a un certo punto ho capito che non gli interessava questo. O forse gli interessava solo in parte. Il comico ha avuto diverse incarnazioni in altre stesure di Dreadlock!. All’inizio non volevo sbattere in faccia l’idea della comicità perché volevo che l’ironia fosse pervasiva, non che fosse la caratteristica di qualcuno. Se avessi fatto un comico, sembrava che il problema fosse suo, invece m’interessava farlo in generale. Allora ho pensato alla figura di un conduttore, poi parlandone, Enrico Piscitelli mi ha convinto ad andare fino in fondo e delineare la figura di questo trickster. E allora è venuto fuori il comico. In un’altra stesura il comico era figlio di un torturatore fascista che aveva attraversato gli anni del Dopoguerra, fino agli anni Ottanta, a rapire ex partigiani portandoli in case di campagna sparse in tutta Italia torturandoli e violentandoli fino a ucciderli. M’interessava rendere un rapporto diretto tra questa forma di fascismo ch’è rappresentata dal comico, – e che riguarda una cosa dei giorni nostri, se si vuole della post-modernità, – e l’evoluzione della vecchia cosa. Però questo gli dava troppo spessore. Una situazione di questo genere l’avrebbe reso più complesso come persona. La terza versione era che il comico potesse essere un cyborg, anzi addirittura un robot. Questo gli è rimasto nella risata. Ma il robot avrebbe scatenato il distacco, “questa cosa non mi appartiene, è un problema della macchina”. E invece la risata mi permette di trasformare tutti in macchina ma di mantenere la dignità biologica della persona. Quindi non scaricare all’esterno il problema ‘cosa’. La cosa che io sono. Non la cosa che è robot. Quindi il comico viene da qui.

Dire che ci sia qualcosa in comune tra Dreadlock! e Il tempo materiale mi sembra di dire una di quelle cose per cui sarò fulminato dagli dei. Diciamo che l’ironia specie se usata all’italiana è un modo per scaricare la responsabilità di una situazione. Noi continuiamo al bar a fare le stesse battute sessiste che facevamo trent’anni fa e diciamo “ah, va bene ma sto scherzando!”. Sì, però se tu sei l’oggetto, che tra l’altro sei il soggetto ma sei trasformato in un oggetto dalle stesse battute perché nel momento in cui io rido di te ti cosifico, ti reifico, ti trasformo in una cosa, e tu proprio ridendo, con quello stesso ridere che mi trasforma in una cosa, ti liberi della responsabilità.
Pensiamo al famoso delirio delle BR che prendono sul serio. È un po’ anche il lavoro che ho voluto fare appositamente su Dreadlock!: prendere maledettamente sul serio una cosa che apparentemente fa ridere. Perché questa forma di ironia che si è sviluppata negli ultimi anni, questo modo di usare l’ironia nella nostra antropologia, ha molto a che vedere con quello che è successo e che sta succedendo. Con una certa presa di distanza, di scarico delle responsabilità, di reificazione sia di chi la pratica l’ironia – perché nella risata del comico c’è comunque una forma di robotizzazione, di conformismo – e sia per la reificazione dei soggetti verso cui l’ironia o il sarcasmo si può rivolgere. Noi ridiamo di ciò che sembra meccanico. Ridiamo quando una persona cade, è il burattino che perde il controllo sul proprio corpo. Se ci pensate è una cosa orrenda, inquietantissima. Perché ridiamo di ciò che dovrebbe muovere empatia, voglia di soccorso, desiderio di soccorso. Tutti i libertini e i darwinisti del mondo non fanno altro che insistere sul fatto che noi siamo gli unici animali che ridono e questo è il fatto che ci contraddistingue.
L’ironia permette di sentirsi in gruppo, di sciogliere le situazioni e di abbassare la tensione. Però permette anche di non pensare a quello che si sta dicendo e permette anche di non prendere mai le cose sul serio. Perché il comico odia Dredlock? Perché è pesante. Il comico è capace di uccidere una persona per questo motivo. Quindi occhio…

Sgomberato il cantiere sociale di via de’ Conciatori

20 gen

il comunicato del circolo anarchico fiorentino:
Il giorno 19/01/2012 il comune di firenze, con ampio dispiegamento di
forze della questura, ha militarmente sgomberato la sede del circolo Anarchico fiorentino di Via dei Conciatori, unitamente agli altri spazi occupati da altre realtà presenti da tempo nell’intera palazzina.
Dalle 05.30 della mattina tutta quanta la strada è stata accerchiata e gli accessi delle vie limitrofe bloccati nell’intero quartiere.
Alcuni compagni sono saliti sul tetto con l’intento di resistere allo sgombero ed hanno tenuto la posizione fino dopo mezzogiorno.
La celere ha forzato il copioso presidio creatosi, guadagnando vigliaccamente le porte di accesso allo stabile, successivamente forzate.
Il presidio si è poi concluso con una manifestazione lungo le vie del quartiere.
L’immobile è stato consegnato dal comune e dalla questura alla società immobiliare TOSCO TRE, intenta a portare avanti una spietata speculazione edilizia nel quartiere storico centrale di santa croce.
Il circolo Anarchico fiorentino porterà avanti ad ogni costo le battaglie e le lotte sinora intraprese nelle forme e nei modi necessari.
RINGRAZIAMO TUTTI I COMPAGNI PER LA SOLIDARIETÀ DIMOSTRATA E PER IL CONCRETO APPOGGIO NELLE FUTURE AZIONI DI RISPOSTA A QUESTO INFAME SGOMBERO!

Midnight in Potenza

18 gen

Sforbiciate e altre cosine. Fabrizio Gabrielli

17 gen

Sforbiciate

Il 22 gennaio alle 19, alla Citè di Firenze e dove sennò, si presenta il nuovo libello di Gabrielli Fabrizio, con Vanni Santoni, Collettivomensa, Maximiliano Chimuris. Reading con accompagnamento musicale Speciale, Simone Rossi e Bicio.
A seguire maxirissa a sfondo vagamente calcistico.

Alle 17 invece l’underground fatta persona, da quella Roma che ci piace, il Duka e Marco Philopat presentano RUMBLE BEE (Agenzia X 2011). “Traduttori, grafici, correttori di bozze, direttori di collana e magazzinieri. Tutto il settore dell’editoria è sceso in piazza scontrandosi con la polizia”.

Tanto che cazzo dovete fà domenica appomeriggio?

Che bel mestiere

7 gen

Perché? Perché no

All’inizio mi chiedevo quanto si è disposti a sacrificare per stare in questo mondo e quante possibilità ci sono di sfangarla. La verità è che questo libro non è uno di quelli che spiega come trovare lavoro in un determinato settore perché se per lavoro intendiamo mantenersi per mezzo di una certa attività, be’, in buona sostanza io con l’editoria non ce l’ho fatta (e considerate che effequ ha una collana apposta per libri del genere: non a caso questo non ci è finito dentro).

Nella mia vita sgangherata ho fatto un sacco di lavori, in sella al mio incostante destriero ho battuto palmo a palmo tutte le contrade della mia città per recapitare – sballottolate e precotte – le centinaia di delizie delle Mille e una cena (una specie di proto-franchising di ristoranti italiani arabi cinesi e indiani cui ho reso onorato servizio per quasi un paio d’anni), ho fatto l’informa-matricole alla Sapienza (così recita il mio curriculum), ho telefonato per conto di Confindustria a tutte le aziende campane propinando un lunghissimo questionario sull’andamento delle imprese (per due volte), ho fatto il baby sitter, ho portato, con l’immancabile piglio da blaue reiter – perché se mi state immaginando dovete farlo in sella a un motorino scassato – per mesi e mesi L’Unione Sarda in ventidue edicole di Roma, e sì, prima di ficcarmi in testa la faccenda dell’editoria il fattorino è il lavoro in cui incappavo più spesso (va a finire che sono davvero come Fry). Poi ho svuotato case in vendita per rivenderne il malloppo ai rigattieri, ho fatto il cameriere da Gustosando, vicino a Piazza Irnerio (non ci andate mai), ho sbobinato ore e ore e ore e ore di lunghissime interviste ai deportati della seconda guerra mondiale per un oscuro progetto sulla conservazione della memoria foraggiato dalla Facoltà di Filosofia della Sapienza, e, ça va sans dire – visto il mandante – sono certo che le testimonianze trascritte non impegneranno altra memoria che la mia. Ho fatto e continuo a fare da ufficio stampa per un teatro in Abruzzo (più precisamente a Tagliacozzo) e per la relativa compagnia contribuisco all’organizzazione di due festival, il cui principale interesse credo sia di natura antropologica (intendo, secondo me). Qualcos’altro? Ho sorvegliato per settimane degli operai rumeni che hanno prima demolito poi tirato su e quindi imbiancato un grandissimo negozio in via Gregorio VII. Ho fatto il servizio di sicurezza – e questo vi garantisco che è ridicolo – alla mostra di Bulgari al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, c’erano collane che valevano come una piccola isola o come un calciatore forte. Attualmente “per arrotondare” lavoro in un negozio di cianfrusaglie di via della Croce, e vi assicuro che vendiamo cose… vendiamo cose che ogni volta che qualcuno le compra è impossibile non pensare: allora è giusto che andiamo in bancarotta.

Insomma avete visto, ne ho fatte di stronzate, ebbene in nessun caso, in nessun caso mai tranne che nell’editoria mi è capitato di non essere pagato. Niente ore notturne comprese nel prezzo, mai ho visto ritenere ordinario il lavoro nei week-end, mai ovvio il fatto che gli spostamenti fossero a mie spese, niente di tutto questo mai tranne che con le case editrici. Davvero, vale la pena?”

 

da Federico Di Vita, “Cose da pazzi. Usi e abusi dell’editoria italiana

 

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Ogni mese nelle librerie arrivano più di 5mila nuovi titoli, cioè 160 nuovi titoli al giorno, e gli unici libri che vendono sono sempre gli stessi: le ricette della Parodi, che prima o poi me lo voglio leggere anch’io, e quel figo di Fabio Volo, ma quant’è bono, vabbè lasciamo. Ma a scoraggiarci ancora di più, come se non bastasse, è arrivato questo libro. Si chiama “Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria italiana”. In libreria esce la prossima settimana, sarà uno dei 160 nuovi titoli dell’11 Gennaio. Noi l’abbiamo già sfogliato e prima di decidere di smontare baracca e burattini e trovarci un lavoro serio abbiamo fatto qualche domanda all’autore, Federico Di Vita.

“La definizione azzeccata che è stata data di questo libro è picaresco editoriale, in realtà è un’inchiesta, ci stanno quattro capitoli in cui c’è proprio un’inchiesta con interviste, dati, etc., però ci sono pure tre inserti narrativi in cui c’è uno stagista impazzito che crede di essere un agente della Cia. Sono tutte cose che io ho vissuto in prima persona e che ho raccontato in questa forma per non farmi denunciare, sono tutte cose vere, cose che capitano a chi orbita in questo mondo. Le ho trasfigurate in questo modo, con i nomi finti – cioè, quando l’agente va alla fiera del libro di Roma i nomi sono veri, lui fa il redattore per una casa editrice che non esiste, la Big Babol, ma i nomi dei libri e degli editori che incontra alla fiera di Roma naturalmente sono veri. Il resto del libro è proprio un’inchiesta”.

“No, non penso che non mi facciano più pubblicare un libro. Magari non mi fanno pubblicare un libro due o tre editori che si risentono, ma chi se ne frega. Io non dico che tutta l’editoria fa schifo, io dico che gran parte dell’editoria funziona male e in molti casi ci sono dei cialtroni che ci lavorano dentro, gente che non è a livello. Questo è quello che penso e lo dico. In questo senso è stato definito anche un libro coraggioso. Io non penso che nessuno mi farà pubblicare più niente.”

“Il gioco non vale la candela, non è perché è bella l’editoria che uno può farsi pagare 300 euro al mese o 500 per dieci anni, perché non ci campi. C’è una sproporzione tra offerta e domanda. Ci sono delle dinamiche perverse per cui c’è troppa gente disposta a fare questi lavori gratis per cui poi si abbassa il valore stesso del lavoro e i datori ne approfittano, e ti sfruttano.”

“La mia soluzione è: smettiamola, facciamo altro, non vale la pena. Tanto in questo campo, nell’editoria, il lavoro non si trova lavorando, o lavorando bene, nel 99 per cento dei casi si trova per conoscenza, quindi non dipende dal singolo o dalle capacità del singolo. Ci sono tanti altri lavori, meglio fare qualcos’altro. Paradossalmente è più facile farcela scrivendo che non provando a lavorare dentro queste case editrici, perché tanto non assumono.”

“Non c’è una nota di speranza. Io credo che la situazione non sia delle migliori, sia per gli editori, sia per chi ci lavora. L’editoria vive al di sopra delle sue possibilità e per tanti motivi è portata a sfruttare il lavoro di una generazione di precari che a loro volta sono stati vittime di un’illusione collettiva, però se ne potrebbero pure rendere conto e smettere. Io a gente che fa i redattori o si fa sfruttare in qualche altro modo dico di smettere, fate altro, che è quello che faccio io.”

“Cioè tu che fai?”

“[ride] Sto lavorando in un negozio.”

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